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17.04.2007

Nel mondo della psiche

METAMORFOSI DELL’ANIMA
La vicenda del protagonista dell’”Asino d’oro” di Apuleio nell’interpetazione della psicologia analitica

Aldo Carotenuto

 

Da ogni storia di sofferenza riscattata traspare un destino di in­dividuazione, la trama segreta di un significato che la vita sembra ri­velare solo a chi si abbandona ai suoi percorsi labirintici sino a la­sciarsi sconfinare, sino cioè a ol­trepassare i confini di un lo inca­pace di dare risposta ai perché che lo attanagliano, per scendere un al­tro versante della conoscenza, quel versante di ombre e di dolore di fronte al quale si tace, disorientati. Ma il disorientamento, la cadu­ta, il contatto con la morte sono passaggi obbligati dell' esistenza, passaggi che però possono sostan­ziare la possibilità di un riscatto, se riusciamo a patirli e a non subirli, a viverli cioè esercitando una pa­zienza dell'attesa e una fiducia nel­le forze segrete dell'anima che possono venire in nostro aiuto. E in fondo che altro rappresenta il trattamento psicoterapeutico se non lo svelamento e l'intendimen­to di significati apparentemente occulti nei quali si cela la risposta alle nostre sofferte domande? La storia apuleiana dell'Asino d'oro è la storia dell'avvenuta trasforma­zione della vittima di un lungo e tormentoso patire, in un nuovo soggetto partecipe dei divini mi­steri; il racconto di una trasforma­zione della materia vivente, di cui fa parte anche l'essere umano, in sostanza divina, attraverso un sa­crificio misterico, che nell'uomo è il sacrificio dell'io, delle sue false e presuntuose certezze. Ma non sol­tanto di false certezze. L'essere: umano che identifica se stesso coni l'Io si allontana appunto dalla sua condizione umana per diventare un tiranno di se stesso e degli altri: che gli sono intorno. Il suo obiet­tivo è di servire le apparenze di: una vita che nell'Io si invera soltanto in minima parte, trascurando quindi tutta una ricchezza quasi infinita che sola può offrire le più intense passioni e la più vera con dizione del vivere. Metamorfosi' il titolo dell' opera di Apuleio, ter­mine psicologico per eccellenza, se è vero, come noi crediamo, che la psiche è struttura dinamica, spec­chio di tutti i moti dell' esistenza e loro punto di irradiamento. Apu­leio, a ragione, pone questo termi­ne a emblema della sua narrazione, avvalendosi di una ricca tradizione classica che fece della "metamor­fosi" un topos letterario privilegia­to, indicativo proprio della dina­micità dell'essere umano, sottopo­sto a continui mutamenti di "for­tuna", alle trasformazioni fisiche che segnano il passaggio da una al­l'altra età, e ai rivolgimenti pro­fondi del cuore, quelli che opera Amore. Molto ingenuamente sia­mo portati a vedere i nostri muta­menti da un punto di vista fisico. Al fisico ci attacchiamo e in esso spiamo i segni del nostro procede­re verso la morte. Ma si tratta di un inganno pietoso che di conti­nuo perpetriamo contro noi stessi.

Se una menzogna diciamo, questa menzogna è rivolta unicamente contro di noi perché non al nostro corpo ma al mutamento della no­stra anima dobbiamo serbare l'at­tenzione e la cura. È la nostra ani­ma a gridare dentro di noi il suo lento progredire verso un tipo di maturazione che, come vedremo, Apuleio non può che intendere, maturazione divina.

L'esistere è concepito allora, e Apuleio si inserisce pienamente in questa tradizione, come un susse­guirsi vertiginoso di trasformazio­ni, di cui l'uomo è il solo a poter carpire il senso, a patto però di ac­condiscendervi, di abbandonarsi a questa giostra infinita di dolore, amore e morte: al termine del giro potrà forse scoprire che il pericolo estremo contiene le ragioni della salvezza, e che l'intimo scopo della vita consiste nella trasformazione continua dell'umano dalla incon­sapevolezza originaria naturale ad una consapevolezza superiore. Che il destino psicologico dell'uo­mo avesse come méta questo com­pimento, ce lo svela un'antica tra­dizione che, da Platone, percor­rendo tutto il Medioevo, è giunta fino a noi attraverso l'attenta e af­fascinante disamina junghiana, la cui focalizzazione di un processo di individuazione trova nella per­turbante vicenda di Apuleio una sua potente allegoria.
Lucio, protagonista delle Meta­morfosi, dovrà sottostare infatti al­le leggi misteriche di un difficile cammino iniziatico, il cammino dell'individuazione appunto, che lo vedrà tragicamente trasformato in asino e sottoposto ad una serie di mitiche peripezie prima di poter accedere, completamente rinnova­to nel ritrovamento delle sue uma­ne sembianze, ai misteri della dea Iside. Durante questo straziante cammino, il suo non essere un uo­mo lo condurrà, ironicamente, ad un contatto più intimo con gli uo­mini. Le sue sembianze gli per­metteranno di scoprire, proprio perché ospite verso il quale non c'era bisogno di difendersi, le mi­serie degli uomini, la loro picco­lezza inverosimile, il loro nascon­dere dietro un lo potente e nefasto
l'assoluta impotenza di chi non riesce a vedere nulla oltre un mon­do di apparenze e menzogne.

Cammino iniziatico dunque, questo racconto delle disavventure dell'anima costretta a fronteggiare il male nelle sue mille forme, ha at­tirato l'attenzione di Jung e l'inte­resse di altri interpreti della psico­logia analitica (M. L. von Franz, E. Neumann) proprio per la chia­rezza di questo parallelismo. La nostra rilettura scorge simmetrie significative tra lo sguardo critico e desideroso di nuovi orizzonti dello scrittore latino, che si inter­rogava sul destino del tempo, sulla cultura e sulla religiosità attraver­sati da una profonda crisi, e il de­stino dell'uomo moderno, posto dinanzi al naufragio delle vecchie certezze e chiamato ancora una volta all'umile e coraggioso atto di sottomissione alle richieste dell'a­nima, a cui deve prestare ascolto, abbandonando la sua unilateralità e integrando quelle dimensioni al­tre della conoscenza che non si identificano col potere discrimina­torio della ragione, e che da sem­pre sono state relegate nel regno delle tenebre, come oscure e male­fiche. L'uomo Apuleio è infatti colpito in prima persona dalla de­cadenza generalizzata e dall'ineso­rabile trascorrere di certezze e di valori di una fase storica difficile, segnata dal venir meno progressi­vo della religiosità pagana all'ap­parizione della nuova fede cristia­na. Non scorgendo più orizzonti nel mondo che lo circonda, l'uo­mo deve rivolgersi all'interno di se stesso, alla ricerca di un senso più profondo. Come trovarlo? La ri­sposta di Apuleio è di intraprende­re un viaggio alle radici stesse del­l'esistenza, come prima di lui fece Ulisse, come dopo di lui farà Dan­te: percorrere la realtà magica di un mondo vertiginosamente mo­bile, in cui uomini, animali e og­getti mutano continuamente for­ma, tracciando così l'intera para­bola metamorfica che riunifica l'a­nimale al divino. È comprensibile che questo viaggio sia, ovviamen­te, il viaggio al quale prima o poi tutti vengono chiamati. Si tratterà di capire quando questo richiamo con prepotenza sorge dalle tene­bre. Non tutti hanno la capacità di afferrare questo momento e pur­troppo non è detto che il richiamo si presenti di nuovo nel tentativo di sollevare l'uomo che soffre. Il viaggio tenta di unire le dimensio­ni scisse dell'uomo che nella meta fora di Apuleio coincidono con la visione degli Dèi.

Questa riunificazione, che si av­vererà alla fine del racconto come meritata e sospirata méta, è già pienamente significata nel secondo titolo del romanzo, quello di cui era a conoscenza il filosofo Ago­stino - l'Asino d'oro. Ancor prima della conclusione, l'accostamento dei due poli, l'animale e il divino, svela il significato iniziatico del li­bro. Lucio, che una metamorfosi irriverente ha trasformato in ani­male, deve portare pazientemente il carico della sua forma degradata e sospinta fin nelle più basse regio­ni dell' esistere, deve cioè assimila­re la sua natura bestiale per poterla poi trasfigurare, compiendo quel congiungimento della natura cto­nia con la natura uranica che è as­similabile alla trasmutazione del piombo in oro - il lapis dei filosofi della tradizione alchemica. In termini psicologici, la realiz­zazione di se stessi passa necessa­riamente attraverso l'esperienza del negativo, del confronto con l'alterità che ci abita, attraverso quei dolorosi affronti dell'Ombra che patiamo, sia a livello indivi­duale che collettivo, e che miste­riosamente ci spronano a far luce sulla complessità negata della psi­che. Bisognerà allora riconoscere la promessa di trasfigurazione che reca in sé questa sofferenza total­mente immersa nell'oscurità di una materia 'animale', per portarla alla luce del suo compimento. Questa speranza e questa fiducia ci accompagnano nella nostra scelta di analisti, nel difficile compito di accompagnatori di chi intraprende
un viaggio negli Inferi, testimoni della possibilità della risalita e del­la trasmutazione. Forse non è sempre chiaro perché nei miti, nel­le fiabe e nell'esperienza analitica si incontri sempre questo momen­to di confronto con le dimensioni inferiori della nostra personalità. Il mondo della cultura non è suffi­ciente a trasformare le persone ma incita piuttosto a quel processo che psicoanaliticamente viene chiamato rimozione. Attraverso questo processo l'uomo è capace di ricacciare all'indietro, negando­ ne l'esistenza, tutti quegli elementi incompatibili con la vita civile, as­sumendo nel contempo una veste rispettabile ed accettata da tutti. Ma purtroppo, tutto ciò che è ri­mosso e quindi tutto ciò che è di­venuto inconscio non viene più avvertito come un aspetto della propria personalità ma viene attri­buito agli altri. Gli altri diventano allora i "nemici"; il negativo della vita è sempre rappresentato da un altro che deve essere proprio per questo eliminato e distrutto. C'è un solo modo per evitare questa condizione di perenne ricerca del nemico al di fuori di noi. Fare un percorso inverso, partendo pro­prio dalla propria e irripetibile in­teriorità.

L'opera di Apuleio ci ha così fornito un altro paradigma mitico della conoscenza di sé, il cui ap­profondimento alla luce della psi­cologia analitica, ci ha dato modo di ripercorrere tutti i passaggi ar­chetipici obbligati che la psiche reinventa come luoghi dell'imma­ginario: abbiamo così rivisitato il testo attraverso il commento degli episodi e lo sforzo ermeneutico di svelare ogni singolo dettaglio alla luce dell' esperienza psicologica profonda, avvalendoci anche delle
mille voci di filosofi, poeti e lette­rati che, dai tempi remoti sino ad oggi, hanno risposto, seppure ad un diverso livello, alla medesima tensione interpretativa.

 

Le tappe del percorso del prota­gonista Lucio si scandiscono come i momenti peculiari dello sviluppo psicologico di ogni individuo, dal­la partenza dell'eroe per la Tessa­glia, agli incontri che la necessità e la "fortuna" allestiscono per la piena risoluzione di ogni evento, dalla tragica trasformazione del­l'uomo in bestia, fino, attraversan­do tappe intermedie, alla ritrovata e rinnovata umanità. Ogni tappa esemplifica l'inverarsi di un con­tatto con le zone inconsce della psiche, che ora cercheremo di esporre più dettagliatamente.
Il viaggio nelle profondità del­l'anima ha come méta la Tessaglia, scelta illuminante se pensiamo che la terra è il luogo delle origini di Lucio, e in particolare delle origini materne: subito, dunque, giunge alla coscienza l'invito a 'guardare indietro’, a viaggiare a ritroso lun­go il percorso sotterraneo delle proprie radici. La Tessaglia è an­che, come Lucio apprende, luogo di magia ove può accadere l'im­possibile, ed è proprio questa cu­riosità verso le possibilità irrazio­nali dell' esistenza a determinare l'impulso alla ricerca: nel momen­to in cui il fallimento sbilancia l'e­quilibrio cosciente, si apre una fe­rita nel nostro vivere quotidiano e, dinanzi all'impossibilità e all'an­goscia, avvertiamo tutta l'inade­guatezza della nostra posizione ra­zionale di fronte all'urgere degli eventi.

Da sola, la nostra razionali­tà si rivela insufficiente a conferire senso all' orizzonte dell' esistenza, cosa possibile solo mediante uno spostamento, un decentramento dell' attenzione egoica, un sortile­gio della psiche che vuole rivelarsi nella sua complessità. La bussola della razionalità a cui ci affidiamo per orientare la nostra direzione di marcia nel mondo, a volte rivela la sua insufficienza nel guidarci verso la giusta meta, e, sebbene con ri­schio e con sofferenza, ci accadrà di attraversare le tempeste magne­tiche del dubbio e dello smarri­mento, di dover vedere impazzire il nostro ago magnetico per poter ritrovare la giusta strada. Perdere i punti di riferimento abituali e in­traprendere un viaggio nella Tes­saglia delle metamorfosi può esse­re l'unica via per ritrovarsi, come testimoniano tutte le grandi figure di precursori, fin dai tempi più lontani.

Lucio rivolge la sua attenzione a questa Tessaglia luogo di immagi­ni, metafora dell'inconscio, e tutti i personaggi che incontrerà sul suo cammino, possono essere letti co­me frammenti del suo stesso uni­verso psicologico, demoni, incar­nazioni endopsichiche che costel­lano l'avvenuta apertura al sapere sconvolgente dell'inconscio. La narrazione stessa si dipana svol­gendosi in maniera non lineare, at­traverso un continuo gioco di pas­saggi dal livello della realtà vissuta dal protagonista - la narrazione delle vicende di Lucio - al livello dei "racconti milesi", favole nella favola affidate a narratori estem­poranei. Tali inserti narrativi rap­presentano, secondo la nostra ipo­tesi, manifestazioni emergenti del­l'inconscio, messaggi immaginativi nella forma del sogno o anche del­l'immaginazione attiva. Le imma­gini che affiorano dal profondo permettono a Lucio-Apuleio una conoscenza emotiva profonda, che va a colmare le lacune che la cono­scenza intellettuale stessa apre, sotto forma di ferite che non riesce poi a cicatrizzare. Le immagini che concatenano l'avventura di Lucio sono infatti gli avvertimenti del­l'inconscio relativi alle sue ina­dempienze rispetto alla conoscen­za di sé, e richiedono ascolto e at­tenzione, come espressioni di un pulsare inconscio che chiede di re­lazionarsi con la vita cosciente del protagonista. Attenzione e ascolto sono doti che Lucio dimostrerà di possedere, e che lo condurranno al lieto epilogo di tutta la vicenda. Così, nel racconto relativo alla morte di Socrate ad opera delle streghe, leggiamo la necessità di una messa in ombra della dimen­sione razionale, che il filosofo gre­co rappresenta, e che potrebbe dis­suaderlo dall'impresa; così il con­fronto con la dimensione femmi­nile rimossa, nel suo duplice aspet­to di mater negativa e di Anima­guida, si sostanzia nell'incontro con le figure di Birrena e di Fotide sua serva ancora, l'asino - Lucio ca­duto in mano ai briganti, evento emblematico della condizione di arresto nel processo di sviluppo e di esplorazione nel mondo che ogni blocco emotivo costella. Cer­to l'evento centrale, da cui proma­na una luce poetica densa di signi­ficati, è la favola mitica di Amore e Psiche, che termina il IV libro e occupa interamente il V e il VI, fa­vola amorosa la cui bellezza ha percorso i secoli senza esaurire il desiderio dei suoi interpreti di car­pime i sensi riposti. Ad essa si è accostata anche la ricerca psicolo­gica, quale discorso che si misura con l'anima e che ermeneutica­mente SI propone, esso stesso, co­me il racconto di Psiche. Anche questa favola può essere letta, alla stregua dei racconti che incidono, intervallandola, la vicenda del pro­tagonista, come l'apparizione im­provvisa di contenuti inconsci sot­to forma di sogno o di immagina­zione attiva, un'emersione demo­nica che consente a Lucio l'esplici­tazione di un compito individuale. Demonico è infatti ciò che disloca l'Io ed esige la trasformazione in vista della realizzazione di un de­stino personale, e in quest'ottica demonica la favola si svela e svela Lucio a se stesso. Possiamo allora immaginare a buon diritto Psiche come l'Anima di Lucio, Anima che può guardare al divino molto prima che il protagonista possa far10. E in effetti per Lucio l'acces­so al colloquio diretto con la divi­nità potrà darsi solo nell'ultimo li­bro delle Metamorfosi.

È evidente il parallelismo che unisce la vicenda di Lucio e quella di Psiche. Anche Psiche è vittima di un tranello dalle va1enze inizia­tiche, avente lo scopo di risvegliare la sua femminilità dall'inconsape­volezza e dall'inconscietà cui la condanna una irrelata relazione
amorosa. La storia della mitica coppia è di universale portata, e i suoi motivi di base sono estrema­mente riconoscibili: l'unione di una giovane con un essere mo­struoso - unione la cui durata è vincolata all'osservanza di un di­vieto che la donna infrange, la se­parazione degli amanti, partenza della sposa alla ricerca dell'amato con cui potrà ricongiungersi solo dopo il superamento di ardue pro­ve. Come Lucio, Psiche dovrà confrontarsi con la sua dimensione negativa, rappresentata dalle due sorelle e attivata dal pericolo in cui essa viene a trovarsi. Saranno in­fatti le sue sorelle Ombra a spinge­re Psiche a compiere il gesto che la condurrà all'immortalità, infran­gendo il divieto impostole da Amore di vederne il volto. La pos­sibilità di 'far luce' sul volto di Amore prefigura e anticipa, garan­tendone il successo, la futura ri­congiunzione nell'umanità rinno­vata di Lucio, dei poli animale e divino. E come Lucio, trasformato in asino, rapito, maltrattato, disco­nosciuto, deve portare su di sé il fardello di sofferenza indicibile e disumana per poter ridare all'uma­nità la sua alta dignità di 'imago Dei', così Psiche, perché si avveri un'unione completa e affrancata dall'inconscietà che irretisce il ma­schile e il femminile nelle strettoie castranti dell'archetipo materno, dovrà subire una profonda muta­zione: sottostare alla punizione per l'infrazione del divieto e, so­prattutto, elaborare il lutto per la perdita di Amore, confrontandosi con il dolore dell'abbandono e col fantasma del suicidio. Conoscia­mo le sequenze seguenti: Psiche dovrà superare le terribili prove che la Venere Grande Madre di­struttrice ordisce per impedire la realizzazione dell'autonomia della figlia.

Ognuna di queste prove può es­sere letta come l'opera di smantel­lamento delle resistenze che impe­discono la differenziazione, opera a cui Psiche può accondiscendere solo dopo aver toccato il fondo della desolazione e dell'impoten­za. Solo allora, infatti, vengono in soccorso le forze istintua1i - rap­presentate dalle formiche che aiu­tano la fanciulla nel superamento della prima prova - e i suggeri­menti dell'inconscio - nel vocio di una canna che consiglia l'attesa del giusto momento in cui intraprendere l'azione. La purificazione ini­ziatica potrà allora culminare nel­l'ultima 'impossibile' prova, che concentra e illumina tutto il cam­mino individuativo del protagoni­sta: la discesa nell' Ade. Come Lucio, Psiche dovrà attraversare le fitte ombre della sua notte di Val­purga, quella notte che Jung, rife­rendosi al Faust goethiano, inter­pretava come cifre di un soggioga­mento da parte dell'Ombra; così come dovrà essere trasportata at­traverso tutti gli elementi che, co­me per il Faust, saranno anche le creature mostruose della mitolo­gia. Psiche e Lucio, insomma, do­vranno offrirsi a quella estrema modalità dell'esperire che Apu1eio definisce 'morte volontaria'. È quel sacrificio dell'Io che Jung de­signa come patire la violenza del Sé, quella "possibilità di annullar­si" di cui la morte sola può essere immagine, metafora vissuta di uno sradicamento e di un silenzio para­gonabi1i al sonno eterno. E in un sonno eterno sprofonderà Psiche quando infrangerà il divieto di aprire il vaso contenente la bellez­za di Proserpina, la cui consegna a Venere rappresenta l'esito e 10 sco­po del suo viaggio infero.

Prima però di cadere nell' oblio, la favola ci presenta un avveni­mento di capitale importanza, ap­profondito da uno dei tanti autori che si impegnarono a reimmagina­re la favola apuleiana, e della cui invenzione abbiamo tentato un'amplificazione. Nel racconto di La Fontaine, Psiche, aprendo il recipiente proibito viene investita da un vapore fuligginoso che ope­ra la trasformazione della fanciulla lunare in una bellissima 'Etiope': il volto di Psiche diventa nero. Ci troviamo dinanzi a una sorta di nobile riedizione della nigredo, un'opera di 'redenzione dell'om­bra' che permette a Psiche di ri­congiungersi all'amato. Amore, ri­masto significativamente assente fino a quel momento, interverrà intercedendo per lei presso Giove
e ottenendone la salvezza. La lotta dell' Anima dunque trascina nel suo processo trasformativo anche il suo maschile, accendendone la capacità creativa e realizzativa.

Questa pervadente presenza delle divinità mitologiche - Giove, Venere, Amore, Fortuna, Iside e così via - è una cifra importantissi­ma del segreto trasmutare dell'uo­mo da animale a individuo reci­proco alla divinità. Apu1eio situa le vicende del protagonista sullo sfondo di un orizzonte mitico che conferisce loro spessore e nuovo significato. Lucio percorre il suo cammino trasformativo alla luce di figure arcaiche che popolano la narrazione: la mitologia consente così all'uomo di inserire il suo vis­suto in una trama sacra che illumi­na di senso anche il più oscuro e incomprensibile dolore. La mito­logia, in altri termini, è la sua tera­pia.

Un nesso tra mitologia e terapia ci ha indotto a indagare più intensa­mente sulla qualità dell' esperienza del protagonista, portandoci ad ar­guire la possibilità di assimilare le relazioni di Apuleio con la mitolo­gia a quelle che Jung diceva dispie­garsi tra l'io e l'inconscio. Trasfe­rito nel regno del ribaltamento di ogni significato dato, Lucio-asino può anche assumere in sé l'eroicità di Odisseo, o di Aiace, o dell'ini­ziato ai misteri di Iside, proprio in forza di quel 'dislocamento' del­l'Ego cogitans che l'esperienza ar­chetipica impone. Così nel regno dove tutto è possibile lo smembra­mento non comporta l'aphani­smòs, la sparizione, ma la trasfor­mazione, e l'Amore che si identifi­ca con la felicità mostra, come il volto di Medusa, il suo oscuro ri­chiamo alla morte, solo oltrepassa­ta la quale la felicità può trovare ospitalità. È quello che dovrà comprendere, attraverso una espe­rienza terrifica, l'asino-Lucio, le cui vicende si infittiscono sempre più, procedendo nell'analisi degli eventi, di oscuri pericoli, di mo­struose apparizioni, di repentine comparse di figure animali che gettano il panico nella vicenda, e che testimoniano dell'altissimo ri­schio in cui versa chiunque osa sfi­dare la 'naturale' inconsci età in cui è posto. n culmine è costituito dai libri VII, VIII e IX, i quali veicola­no un messaggio totale: tutto è in gioco, totale è la sofferenza, il pe­ricolo e la sfida crudele delle Ma­dri arcaiche che vorrebbero impe­dire la realizzazione dell'autono­nia psicologica del loro figlio. E’ un’infittirsi d'ombre animali, di lupi, di cani feroci, orse e cinghiali assassini che preannunciano gli eventi decisivi per il superamento della prova: l'asino-Lucio requisi­to, venduto è riacquistato in una sarabanda di vessazioni e di tragici accadimenti allestiti da quella cieca Fortuna che rende il destino del­l'uomo teatro di sofferenza. Ma Fortuna è l'ambigua dea che, se ir­ride i tentativi razionalizzatori e ordinatori dell'uomo, gettando nello scompiglio i suoi progetti e le sue aspirazioni, contemporanea­mente irradia la sua invisibile luce salvifica, come ci informa tra gli altri Sofocle, su colui che "non agisce". L'inazione, nel suo signi­ficato più profondo, è l'agire di­staccato del saggio, il quale non ri­sponde alla dinamica negativa de­gli eventi opponendovi la resisten­za dell'urto violento o dello sterile maledire, ma si consegna fiducio­samente alloro apparente cieco fluire, nell'attesa della loro tra­smutazione, come l'oracolo cinese dell'I King ci istruisce. Di fronte agli implacabili attacchi sferrati al nostro indirizzo dalla dea cieca, quando la disperazione colma ogni misura e ci costringe a meditare la morte, proprio allora bisogna ab­bandonarsi a quella fonte apparen­te di tutti i mali, perché dal suo centro opaco irrompa la luce del mutamento. È quanto ha imparato lungo il suo cammino iniziatico Lucio, il quale stremato si conse­gna al sonno della ragione, addor­mentandosi sulla riva del mare: nello spazio interiore dell'anima appare la rasserenata Iside, la For­tuna che vede (XI.15), preannun­ciando all'umile suo adepto la prossima 'reformatio'. Il favore divino di cui ci vien fatto sapere che Lucio ha sempre goduto, non lo ha esentato dal pe­ricolo e dal dolore, anzi ve lo ha immerso: questa è la vera cifra del­l'umano esperire, la partecipazione al mistero di un' esistenza dalle mille sfaccettature che l'uomo de­ve assumere, incarnando l'invisibi­lità metamorfica della divinità. Anche Iside, infatti, invocata coi nomi di Cerere, Venere, Artemide e Proserpina, non ci appare esente dal gioco di chiaroscuri che domi­na la scena del mondo: anch'essa, generatrice d'ombre, possiede un'ombra, un volto oscuro. Come Jung ci insegna, interpretando le sofferenze di Giobbe alla luce del­la dimensione umbratile di un Dio inconsapevole, così da un'attenta disamina della vicenda apuleiana, si evince questa oscura sembianza del divino, questa inconsapevolez­za che promuove il male senza av­vedersene, e di cui l'uomo appare insieme la vittima e il riscattatore. È nella sofferenza disumanizzante di Lucio, infatti, che trova luce ­attraverso la progressiva annessio­ne ai territori della consapevolezza delle zone d'ombra che, rimosse, impedivano lo sviluppo psicologi­co - il destino parallelo dell'uomo e della divinità.

Iside ha concesso a noi, tramite la vicenda apuleiana, di penetrare le immagini della relazione tra l'uomo e il divino, per la quale è consentito a tutti i volti dell' esi­stere di accedere al mondo dell'e­sperienza umana, senza che essa ne venga irreparabilmente travol­ta. Lucio, iniziato a queste profon­de verità, può riacquisire la sua umana sembianza e indicarci lo spazio dolorante della ferita come il varco che apre un accesso ai ter­ritori dell'anima. Solo il coraggio e la passione per la vita possono aiu­tarci a compiere quel salto nel buio a cui la malattia dell'anima ci co­stringe, solo la fiducia in quella dea che dissemina di spine il no­stro cammino e poi nutre di rose la nostra indigenza.

 

Aldo Carotenuto

 

Aldo Carotenuto ha pubblicato con Di Renzo Editore i libri "Nel mondo dei sogni" e "La mia vita per l'inconscio"