06.07.1995
L’esperienza amorosa
Synthesis, anno V, n. 6, luglio-settembre 1995, pag. 26 di Aldo Carotenuto
L’esperienza amorosa
di Aldo Carotenuto
Il nostro sguardo non può che abbracciare l’intero orizzonte
esistenziale dell’uomo, dalle sue scaturigini fino ai futuri, sconosciuti
suoi compimenti; nel momento in cui ci accingiamo ad esporre le nostre riflessioni
sulla passione amorosa, ci accorgiamo che in realtà riflettere
sull’esperienza amorosa è meditare sul senso stesso della vita,
sugli abissi di conoscenza che si aprono quando pronunciamo parole come solitudine,
nostalgia, sofferenza o speranza. Significa guardare a quella tensione suprema
tra un essere umano e l’altro che in realtà attraversa tutta la
vita, catturandola, modellandola, conferendo slancio e passione al nostro desiderio
di completezza, di perfezione, e rivelando significati imprevisti alla nostra
paura della morte.
L’esperienza amorosa è la metafora stessa della vita, e si incide
nella nostra anima e nei nostri corpi con ferite che ci rivelano a noi stessi,
rivelandoci contemporaneamente il mondo attraverso l’essere amato, e
l’amato attraverso il mondo, divenuto improvvisamente comprensibile.
Infatti, come si esprime Bataille, per colui che ama, l’essere amato è la
trasparenza del mondo. Bisogna aver fatto l’esperienza di questo fortissimo
sentimento per comprendere pienamente il significato di queste parole: la passione
amorosa lacera la nostra primitiva visione del mondo, e così come ci
espone alla nudità, mettendo a nudo le nostre ferite segrete e portando
alla luce i più reconditi sogni, altrettanto “follemente” scopre
i velami che nascondono il mondo e nullifica la necessità illusoria
delle apparenze, per farci scoprire che «il sogno è ormai la profondità della
vita, come la vita è la profondità del sogno», come scrisse
il poeta Joe Bousquet.
È solo nelle maglie di un’esperienza amorosa, cioè, intuire
le cifre vertiginose del nostro essere o quelle “corrispondenze” tra
le cose di baudelairiana memoria. Novalis altrettanto efficacemente scrisse
che ogni oggetto d’amore è il centro del Paradiso, ed è attraverso
esso che noi possiamo afferrare le correlazioni tra tutte le cose. Siamo allora
dinanzi a un vero apprendistato misterico, alla rivelazione di un idioma originario
e perduto che la scienza d’amore può rievocare. Da un punto di
vista psicologico possiamo ben dire che il patimento e l’estasi, che
la passione amorosa arreca alle nostre vite, rappresentano una vera e propria
iniziazione alla realtà psichica: si tratta di un confronto con le dimensioni
più profonde dell’essere, con quella «realtà dell’anima»,
per citare un potente titolo di Jung, che solo la tensione dell’incontro
può ingenerare. È per questo motivo che la relazione amorosa
rappresenta nell’esistenza di ogni essere umano un evento fondamentale,
di cui difficilmente si può immaginare di poter fare a meno, senza cadere
in una condizione psichica anche grave.
Fino a quando noi ci muoviamo con apparente padronanza nel territorio consueto
delle quotidiane relazioni interpersonali, l’anima ci è straniera,
i suoi richiami non raggiungono il torpore protettico di cui ci avvolgiamo: è l’apparizione
improvvisa di un Altro che cattura il nostro desiderio e la nostra paura, a
risvegliare l’anima, e le strettoie dell’amore, che ora circoscrivono
nel limite la nostra illusoria libertà, ci danno l’esatta misura
delle pene e dei tremori che l’amore genererà per fare spazio
all’anima, per iniziarci alla realtà psichica. Invero l’esperienza
amorosa, nelle realtà dell’incontro, dell’erotismo,
della solitudine, della separazione, segna un percorso di perdita della soggettività e
di ritrovamento di una sempre nuova forma di identità. L’amante “patisce” tutte
le vicende iniziatiche della trasformazione psicologica, ed è per questo
che per molti è difficile, se non impossibile, lasciarsi andare al trasporto
amoroso.
Il non riuscire ad abbandonarsi alla corrente della passione per paura che,
trascinandosi, essa ci distrugga, non solo riduce, letteralmente, lo spazio
della vita vissuta, ma a livello psicologico esprime un’impossibilità alla
crescita e alla maturazione interiore. Paradossalmente, la difesa dalle sofferenze
dell’amore si traduce in una sofferenza più grave, perché ci
introduce nel non senso, impedendoci di accedere a noi stessi, a quelle profondità certamente
oscure ma anche potenzialmente trasformative e creative.
Il termine stesso “passione” implica un patire, l’amore è «piena
cosa di paura», come scriveva Jacopo da Lentini, perché l’esperienza
dell’essere catturati è un’esperienza di rapimento da se
stessi, di perdita delle proprie certezze e, soprattutto, di incontro con la
morte, quale si palesa nei vissuti dell’abbandono e della separazione.
L’amore è una tensione che congiunge i poli estremi del nostro
immaginario. Inferno e Paradiso, vita e morte, fusione nell’altro ed
infinita separazione, e di queste iniziazioni neppure ci accorgiamo, solo intuiamo
che qualcosa di completamente diverso ci ha “afferrato”. L’altro
ha toccato realtà interiori profonde, ha evocato in noi qualcosa che
non ci abbandona facilmente, e che può emergere solo come malessere
dell’anima, nell’attesa di trasformarsi in vita. E come malessere
dell’anima, come sconvolgimento interiore noi viviamo l’attivazione
di dimensioni inconsce che costellano immagini e comportamenti del tutto inusuali,
mettendoci in contatto con aspetti della nostra vita emozionale di cui non
immagineremo l’esistenza: ci si scorge, ad esempio, di essere capaci
di compiere le azioni più perverse, di nutrire rancori e sorde gelosie,
ci si confronta con quegli aspetti diabolici della propria personalità che
Jung definì aspetti Ombra, il confronto e l’elaborazione dei quali
amplia notevolmente l’orizzonte della coscienza. Solo quando si è in
simili circostanze, si percepisce lo spessore psicologico della propria individualità,
così come si ha la percezione del corpo solo quando il corpo si ammala. È allora
che noi tocchiamo la materia della nostra psiche, gli elementi più segreti
e misteriosi dell’essere umano. Jung affronta il problema dell’attivazione
di contenuti inconsci che emergono improvvisamente alla coscienza, all’interno
del setting analitico, ma le stesse riflessioni possono darsi per quel che
concerne l’esperienza amorosa: in entrambe le circostanze l’uomo
riconosce lo spettro amplissimo e le infinite sfumature che compongono la sua
realtà psicologica, dai colori più puri alle più oscure
tinte del desiderio, dalle rare fattezze del suo sogno nostalgico alle più ardenti
e demoniche fattezze. L’immersione in questo universo di significati
oscillanti è necessaria per una conoscenza globale di se stessi come
individui fondati sulla complessità, dato che la dinamica energetica
della psiche si fonda sulla presenza di elementi contrastanti.
Chi non ha avuto la fortuna di attraversare un’esperienza simile, non
ha ancora vissuto in pienezza la sua umanità, e una bellissima traduzione
poetica di questo concetto ci viene dal poema mistico del libanese Gibran:
«Ma se la vostra fame non cercherà nell’amore che
la pace e il piacere / Allora meglio sarà per voi coprire le vostre
nudità e passare oltre l’aia dell’amore / Nel mondo orfano
di climi, dove riderete, ahimé, non tutto il vostro riso, e piangerete
non tutto il vostro pianto».
Il vissuto amoroso si pone, già dalle sue prime battute, nelle valenze
più contraddittorie e più intense, rimandando così al
fondamento stesso della nostra individualità e del nostro destino, in
una sorta di richiamo struggente alle radici della nostra esistenza. In questo
senso l’esperienza amorosa è un’esperienza «di ritorno» alla
desolata terra dell’infanzia: nell’aspirazione alla completezza,
nella paura della separazione e dell’abbandono, nella dipendenza assoluta
dall’altro, nelle sue promesse d’amore e nei suoi tradimenti, risuonano
le eco della nostra infanzia, e la nostalgia della memoria diventa un nuovo
inesorabile confronto con l’impossibilità dell’amore, intendendo
con ciò non l’incapacità di amare l’altro, ma di
fare di lui quel rifugio permanente e privo di pericoli che il desiderio amoroso
vorrebbe realizzare. Io non credo sia possibile parlare dell’infanzia
come di un’isola felice, secondo una visione romantica del passato, e
se ciò avviene è sempre perché la memoria guarda alle
età perdute con gli occhi clementi della nostalgia, calando sulle loro
tinte più fosche un velo di oblio. In realtà nell’infanzia
si vivono realtà profondamente conflittuali, dato che si subiscono le
peggiori prevaricazioni senza avere alcuna possibilità di difendersene. È allora
che ci si confronta con le esperienze più tragiche e più totali
dell’esistenza, con paure e desideri che solo l’altro ha il potere
di esorcizzare o di avverare.
L’esperienza amorosa rianima i vissuti sommersi dell’infanzia,
rinnovando nell’essere sentimenti di stupore, di timore e di grande fragilità:
ci sentiamo nuovamente esposti all’Altro, in modo radicale, con
la fragilità estrema che nell’infanzia rendeva assolutamente dipendenti
dall’altro per la soddisfazione dei bisogni di protezione e di accoglimento,
e come allora si è esposti alla paura dell’abbandono, del rifiuto,
del disamore.
Gli amori nascono e muoiono, ed in questo passaggio radicale è segnata
la possibilità di una trasformazione della propria personalità,
perché la nostra rinascita, il nostro riscatto affondano le loro radici
nel terreno della distruzione: il famoso detto «se il seme non muore...».
Riaprendo le questioni irrisolte della vita affettiva di ogni uomo, l’amore
entra così inevitabilmente nella psicopatologia di ciascuno. Se analizziamo
più attentamente i vissuti laceranti che la passione costella e riafferra
dalle regioni lontane dell’infanzia, il primo vissuto è quello
del bisogno assoluto dell’altro: egli ci ha “catturati”.
Nel linguaggio comune diciamo “cadere in una rete”, ed è un’immagine
molto consona, che ci offre l’esatta misura di ciò che si vive:
l’essere “preda” di qualcuno, il restare inermi, il non avere
vie d’uscita. L’incontro apre una ferita profonda, perché la
comparsa dell’essere desiderato nel nostro orizzonte emozionale,
ci dà a comprendere una delle cose più dolorose dell’esperienza
umana, la nostra insufficienza. Noi non bastiamo più a noi stessi, scopriamo
improvvisamente tutto il peso e l’ampiezza di una solitudine che l’apparizione
dell’altro evoca, dilatando in noi uno spazio d’assenza che solo
l’amato può sufficientemente colmare, placando la nostra sete.
Se la fascinazione nei confronti della persona amata produce l’attivazione
di una propria dimensione interiore, il coinvolgimento amoroso costringe a
entrare in un rapporto più profondo con il proprio senso di solitudine,
che ora si fa sentire in modo esasperato. Paradossalmente la presenza dell’altro
sottolinea la distanza siderale che ce ne separa: nel momento in cui chiedo
all’amato di rappresentare per me tutto ciò che io non riesco
ad essere, ribadisco un’irrimediabile separazione.
Da questa ferita che l’altro apre, si leva un’urgenza di riparazione,
una richiesta d’aiuto che, a poterla vivere senza letteralizzarla, genera
nuova conoscenza del proprio mondo interiore, e nuove spinte di maturazione.
L’amato, l’amata dunque, ci diventa indispensabile, il bisogno
acquista la valenza estrema delle cose ultime, della vita e della morte, la
dipendenza cresce sino alle estreme conseguenze, così come la dipendenza
del drogato nei confronti dello spacciatore. La necessità dell’altro è imperativa,
oscura tutti gli altri interessi e valori, e ci ributta in quell’angolo
dell’infanzia in cui si toccava con mano la propria insufficienza. Il
legame della passione ci fornisce così la comprensione di quanto la
nostra presunta autonomia sia solo una difesa puerile.
Nel vissuto dell’incontro c’è un fotogramma che si ripete
incessantemente: io “devo” evocare la presenza dell’amato.
La sua immagine diviene la mia ossessione e la sua assenza deve essere esorcizzata
con il ricordo dell’incontro, o riempita con la parola che lo sostanzia.
La mia impotenza è tutta nel potere dell’altro di comparire e
scomparire, in un continuo gioco di presenza e assenza che rinnova le paure
dell’abbandono.
Nell’incontro, però, è ascritta una grande possibilità di
riscatto della propria soggettività più autentica, e così come
ci trascina nell’inferno, la passione apre anche le porte segrete del
paradiso: se l’amante si sottomette al fuoco purificatore dell’amore, è perché conosce
le segrete ascensioni che l’amato prepara.
Ogni esperienza amorosa, infatti, è per chi la vive una promessa d’essere:
ogni incontro è una promessa di riscatto, e non si può non sperimentare
la forza propulsiva della passione come una condizione che crea la possibilità di
una rinascita.
La passione è la prefigurazione della bellezza di un mondo ancora tutto
da svelare, di un futuro racchiuso nel segreto del nostro essere, che l’amato
ci offre come una promessa di felicità. La felicità che sperimentiamo
nello stato dell’amore ci deriva dal sentirci confermati nell’appartenenza
ad un mondo gonfio di significati, un mondo divenuto trasparente, soprattutto
un mondo in cui abbiamo diritto di cittadinanza – e solo allora capiamo
di essere nati per l’amore. Il presente della passione amorosa apre squarci
di comprensione sul nostro passato (siamo stati “anche” felici)
e sul futuro. Si può essere stati schiacciati dal passato, aver tentato
i gesti più disperati e aver detto le parole più perentorie,
ma quando la vita ci invita alla bellezza dell’amore, allora il bambino
sofferente del nostro passato riacquista la capacità di sognare. La
condizione amorosa risveglia le nostre potenzialità creative, e quando
si verificano simili frangenti, l’individuo passa da un livello qualitativo
ad un altro, in cui sente che “i panni gli stanno stretti”, perché il
consueto scade nella banalità, di fronte al progetto esistenziale che
si rivela nella sfida dell’amore. Ecco perché il fantasma del
rifiuto genera tanta desolazione. Non c’è coppia che, lungo il
suo percorso di vita, non abbia fatto i conti con questo problema. Vorremmo
che non fosse così, ma inevitabilmente, dopo un periodo variabile di
tempo, all’interno del circuito amoroso, qualcuno rifiuta qualcun’altro.
Il disamore, il rifiuto, attivano vissuti di cui abbiamo più che il
sentore, dato che si tratta di esperienze di cui già abbiamo potuto
provare la tragicità, esperienze che infliggono un grave colpo al nostro
narcisismo: essere rifiutati assume allora il significato di una disconferma
del nostro diritto alla felicità, della nostra appartenenza al mondo.
E drammaticamente, così come accadeva nell’infanzia nei momenti
dell’abbandono e della paura, per l’assenza dell’altro soffre
innanzitutto il CORPO. È il corpo che si ammala prima che ci si possa
rendere conto della perdita che si profila al nostro orizzonte. Tocchiamo qui
uno degli aspetti più inquietanti e misteriosi dell’esperienza
amorosa, giacché l’amore, come il dolore, non investe solo la
nostra anima, non ha solo un’esistenza psichica, ma è inscritto
innanzitutto nel nostro corpo – e il corpo non può, non sa mentire.
La passione riunifica la voce dell’anima e quella del corpo, e l’amante
estatico vive la pienezza della totale coincidenza tra desiderio del cuore
e volontà della carne.
Ciò che l’anima non è capace di dire, se non balbettando,
affiora spontaneamente dalle pieghe del nostro corpo, dal suo gesto, dai suoi
umori. Shakespeare scrisse che l’amore non ha parole, se non quelle del
corpo: se l’amore è mortalmente vero, il corpo discorre di ciò che
l’anima suggerisce al desiderio – e che è molto più di
quanto non si voglia ammettere.
Il tempo eccezionale in cui corpo e sentimento ritmano all’unisono, si
incontrano, si incrociano e divengono l’uno la parola dell’altro, è il
tempo della esaltazione e della bellezza, e noi daremmo tutto della nostra
esistenza per poter prolungare all’infinito questo matrimonio felice.
In realtà le cose vanno molto diversamente, e tale sintonicità dalle
ore brevi, sfocia prima o poi nel conflitto.
Nell’ambito dell’analisi si viene a conoscenza di una realtà drammatica
che concerne l’universo della coppia: il tempo sembra logorare inesorabilmente
il rapporto e introdurvi la minaccia del silenzio, di un vuoto di comunicazione
che sfocia nel triste epilogo del riconoscimento di non avere più nulla
da dirsi. È qui che si incide una frattura profonda tra la verità del
corpo e menzogna del cuore: la coppia può mantenere il proprio equilibrio
fittizio, la propria infelicità che, malgrado tutto serve a un qualcosa
che non si sa ammettere, ma subisce l’estromissione dei corpi, il loro
estraneamento dalla vita dei due protagonisti. Il corpo non può mentire.
Così, nel corpo dimenticato, eliminato (o eliminatosi) può mantenersi
in vita la verità del disagio, la verità che fa luce sull’illusione
di una salvezza che il legame manterrebbe, un’illusione di sopravvivenza
che argina come può la paura della solitudine. Si deve mentire continuamente
per continuare a vivere.
La vita dell’anima, d’altra parte, come la vita del corpo, sono
piene di pudore, di vergogna: nessuno può mai esprimere pienamente ciò che
veramente gli appartiene, quel nucleo di segretezza che fonda l’esperienza
della nostra singolarità. L’amore ha sempre un corpo, ma è un
corpo che si sperimenta nella vergogna di sentirsi sempre “inadeguato”.
Molte volte nell’amore l’età del nostro corpo può non
coincidere con quella della nostra anima: la nostra vergogna fa sì che,
per quanto si sia avvezzi e in un certo senso affinati alle dinamiche del sentimento,
dato che sin dalla nascita impariamo a percepire le atmosfere emozionali a
cui siamo esposti e i sapori dolci o amari del sentimento, tuttavia l’esperienza
del corpo che si dona, che si espone all’altro, ci vede sempre impreparati,
incerti, sempre al primo incontro. Marguerite Yourcenar scriveva allora: «Mio
Dio, rimetto il mio corpo fra le tue mani», dove l’azione del rimettere
la propria nudità nelle mani del Totalmente Altro, non fa che provare
infinitamente il fatto che è col corpo che si sperimenta la condizione
umana di essere inermi, deboli, in un certo senso sprovveduti perché esposti
al potere dell’altro.
Così il sentimento del tempo che passa è percezione del proprio
corpo che muta, e, in quel mutare, età del sentimento ed età del
corpo si separano, lasciandoci nell’equivoco di un cuore capace di vivere
i sentimenti in tutte le loro sfumature e i loro estremi, mentre il corpo – che
non vorrebbe mai deludere – diventa meno desiderabile, più sgraziato,
più solo (e non posso non pensare a questo riguardo alle poesie d’amore
dell’ultimo Goethe).
La passione dunque rapisce e annienta: quando ci imbattiamo nell’immagine
che ci lascia presagire una felicità immensa, non possiamo che aggrapparvici,
anche perdendoci a noi stessi, in un ribaltamento totale della concezione di
salvezza, per il quale per salvarci dobbiamo morire a tutto: l’altro
possiede finanche il nostro spazio interiore, lo occupa interamente, ha persino
il potere immenso di darci alla morte.
La paura di questa morte psichica è però la forza che può riscattare
la nostra soggettività. Nella fase dell’innamoramento, quando
l’individualità dell’amante si confonde con quella dell’amato,
si è in balia delle più contrastanti ed esasperate forze del
sentimento: sono le età degli amori terribili e crudeli di cui è tessuta
tanta altissima letteratura, nelle passioni di Ofelia, di Werther o di Tristano.
Successivamente, ovvero quando subentra la relazione, si può venire
restituiti alla propria unicità, nella forma di una soggettività trasformata
che può retrospettivamente leggere l’incontro come una creazione
artistica. Già dalle prime, fatali mosse che sospingono l’amante
nelle braccia dell’amato, il rapporto diventa strumento di una conoscenza
profonda della propria condizione soggettiva, un “vaso ermetico”,
il più adatto contenitore per l’emersione della propria personalità autentica.
Questa “creazione” di soggettività non inerisce allo stato
fusionale dell’innamoramento, anche se occorre riconoscere che è in
quello spazio privilegiato dello sconvolgimento che si manifesta il coraggio
necessario di darsi alla morte, quando la passione getta lo scompiglio nelle
nostre vite, mettendo in crisi la nostra identità. La riconquista della
soggettività si realizza piuttosto nel tempo della relazione psicologica,
quando cioè cadono i veli dell’idealizzazione e si può riconoscere
l’altro nella sua complessità psicologica, in quel gioco di luce
e di ombra che lo rende diverso da ciò che il nostro desiderio avrebbe
voluto farne.
Ma occorre comprendere che il passaggio alla fase della reale comprensione
dell’altro nella sua complessità psicologica – e dunque
il pieno riconoscimento della propria – non comporta tout court il mantenimento
della coppia stessa. Nel processo di crescita che ci vede protagonisti della
nostra storia, sappiamo che spesso il cammino è segnato dalla necessità della
perdita, dalla comprensione che “l’altro” si rivela a noi
in mille sembianze: il tentativo di perpetuare nella consuetudine del rapporto
quotidiano la tensione suprema tra sé e l’altro è destinato
a fallire ogniqualvolta si cerca di fare dell’altro l’unico luogo
in cui vivere: l’eros non può che scadere nelle forme anguste
dell’interdipendenza, del desiderio di fusione, nell’istituzionalizzazione,
in un rapporto di “mutua assistenza”. Ma l’Eros è un’energia
libera, ed è per questo che la tensione verso l’Altro non finisce
mai di rinnovarsi. Ogni incontro ci fonda, ma il fondamento non è mai
risolutorio né pienamente esaustivo, dato che la nostra possibilità di
crescita e di maturazione è virtualmente infinita: in ogni volto amato
ritroviamo un frammento della nostra anima, che deve poi divenire il tassello
di una futura ricerca di completezza, di ampliamento della propria dimensione
desiderante.
In questa ottica è vero che non esistono amori “impossibili”,
dato che anche essi risvegliano la capacità di “sognare”,
di ampliare il nostro desiderio: possiamo ritenerli illusori, ma l’illusione
appartiene alla dimensione desiderante, è il volto sognante del bambino
che tutti noi siamo stati, e che creava Paradisi segreti, luoghi immaginari
in cui preservare frammenti di sé dalla minaccia e dalla menzogna degli
adulti. In questo senso l’invenzione del “Paradiso” è un’opera
creativa, un’opera d’amore verso se stessi.
Amori passionali, amori impossibili, amori istituzionalizzati, comunque amori
che inesorabilmente danno prima o poi i loro segnali di sgretolamento. E qui
occorre subito chiarire che non esistono parole che “dicano” la
fine di un rapporto: così come non si può penetrare la solitudine
di chi muore, altrettanto impossibile è parlare del mistero e del dolore
della separazione, se non per constatarne la circolarità: la separazione
degli amanti è una prova del potere della morte, così come la
morte non è che separazione da chi abbiamo amato. Ci resta solo la “realtà dell’anima” nella
voce della sofferenza, realtà mediante cui poter accedere ad una comprensione “interiore” del
dolore, la comprensione di come tutto ciò che perdiamo, e che ci fa
perdere, ci genera ad altre altezze, muove il pensiero dell’uomo,
nutre la sua poesia.
Note
(1) Gibran Kahlil Gibran. Il profeta (1923), Guanda, Milano, 1981, p. 29.