05.01.1995
Il recupero del passato e la salvaguardia dell’ambiente
Synthesis, anno V, n. 5, gennaio-aprile 1995, pag. 21 di Aldo Carotenuto
La pace dell’intelletto non è concessa a chi, all’interno
della nostra inquieta cultura contemporanea, ha scelto l’uomo come oggetto
delle proprie ricerche: noi non possiamo accontentarci dei risultati apparenti
che esse ci forniscono. È come se un continuo sospetto riguardo a ciò che
facciamo, un sospetto che costringe sempre a scavare un po’ meglio dentro
di sé, ci inducesse a ricercare le motivazioni profonde di ogni comportamento.
Non tutti ritengono che sia necessario procedere in questo modo, anzi da fonte
per nulla sospetta ci viene anche detto che quando ci occupiamo del significato
delle nostre azioni siamo irrimediabilmente malati (1). Forse noi, costretti
dal destino, facciamo davvero parte di una schiera di folli, non so quanto
eletta; ma una volta agganciati a questo drappello, poco numeroso ad esser
sinceri, dobbiamo seguire la nostra strada contorta e penosa, e tuttavia non
priva in fondo di una bellezza strana che, da sola, può ben stare a
giustificazione di tutta un’esistenza.
La psicoanalisi, in fondo, non è altro che uno dei tanti modi in cui
l’uomo nel corso della storia ha saputo riflettere su se stesso. Si può dire
che nella storia tutto è stato detto: dal tempo delle piramidi fino
ad oggi, si può sempre trovare un’affermazione che ha anticipato
di millenni le nostre formulazioni attuali. Ma il fatto che una verità sia
già stata detta non sminuisce per nulla il suo valore. I grandi sistemi
religiosi o mitologici, per esempio, già avevano dato delle risposte
agli interrogativi che, all’inizio del novecento, si posero alcuni medici
psichiatri, venuti a contatto con una realtà che chiamarono «inconscio».
Ma quelle risposte erano state dimenticate e sicuramente nella loro formulazione
antica non erano più adeguate. Nondimeno esse contenevano qualcosa che
doveva essere riportato in vita, se si voleva uscire dalla deludente ignoranza
che caratterizzava la psichiatria di allora. Freud, Jung e i loro primi collaboratori,
i cui nomi sono più o meno noti, furono coloro che avvertirono questo
disagio ed iniziarono l’impresa della grande mediazione culturale di
cui c’era bisogno. Sin dal suo nascere però la psicoanalisi sentì il
desiderio — ma forse si trattava di un bisogno vitale — di estendere
il suo campo di applicazione oltre l’angusto limite del disturbo nervoso.
Cerchiamo di capire perché (2).
Partita come un tentativo di far fronte ai disturbi del comportamento non riconducibili
a disfunzioni organiche, la psicoanalisi si trovò al cospetto di un
materiale psicologico che sembrava dar conto del funzionamento mentale nella
sua totalità. Non quindi una psicologia riferita ai malati ma una psicologia
riferita alla mente sana. Tale psicologia, con una serie di arditi modelli,
si trovò nella condizione di poter estrarre da qualsiasi azione umana
una radice che per molto tempo ha avuto l’apparenza di appartenere a
leggi fondamentali. La scoperta fu conturbante per i nostri predecessori. Essi,
assolutamente in buona fede, credettero di aver gustato i frutti dell’albero
del paradiso (3). Questa sensazione è talmente generalizzata che anche
adesso un allievo che si prepari a diventare analista oppure un semplice paziente
in cerca di aiuto per le sue angosce, dopo le prime battute analitiche ha l’impressione
di poter comprendere il mondo. Si tratta di un senso di onnipotenza che, in
un modo o nell’altro, accompagna ogni analista se questi, prudentemente,
non sposa una filosofia che veda nel limite la propria vera e reale grandezza.
I miti, la religione, i rituali, in genere tutte le manifestazioni psicologiche
dell’uomo sono state sottoposte al vaglio della psicoanalisi e si è tentato
di ricondurre questa vasta e complessa fenomenologia ad alcune leggi fondamentali.
Esistono alcuni precisi fatti culturali che segnano le tappe dello sviluppo
di questa tendenza della psicoanalisi ad allargare il proprio ambito di applicazione.
Ad esempio, nel 1913 Freud sente il bisogno di creare una rivista assolutamente
non tecnica, del tutto culturale, Imago, che si è pubblicata
fino al 1937 e poi, per gli avvenimenti della guerra, è stata trasferita
in America sotto il nome di American Imago. È una rivista psicoanalitica
che non tratta problemi clinici, bensì culturali: è cioè un’applicazione
delle categorie analitiche all’interpretazione della cultura. In campo
junghiano, con un po’ di ritardo, anche perché Jung aveva venticinque
anni meno di Freud, nel 1933 si fonda Eranos, per il quale ogni anno
si riuniscono persone di cultura che cercano di adoperare gli strumenti della
psicologia analitica per comprendere il mondo. Siccome gli incontri di Eranos si
tengono in Svizzera, non hanno subìto direttamente le vicissitudini
della guerra ed hanno potuto svolgersi senza alcuna interruzione dal 1933 ad
oggi. La psicoanalisi, dunque, per poter uscire dal ristretto gabinetto del
medico, per poter sopravvivere, in fondo, ha bisogno di una visione del mondo.
Effettivamente non c’è argomento a cui gli psicoanalisti non si
siano dedicati per cercare di comprenderlo con le proprie categorie. Per rimanere
abbastanza vicini al nostro tema, sono famosissime le interpretazioni che Freud
ha dato, per esempio, del Mosè, o dell’opera pittorica di Leonardo:
questi sono i primi classici esempi di applicazione delle concezioni psicoanalitiche
al di fuori dell’ambito strettamente clinico. In tempi più recenti,
da un punto di vista junghiano, possiamo ricordare Neumann che ha dedicato
un volume all’interpretazione psicologica delle sculture di Henry Moore
(4).
Pur se in misura minore, anche l’architettura è stata presa in
considerazione dalla psicoanalisi. I primi lavori in questo campo sono datati
attorno agli anni venti: proprio su Imago, nel ‘24 e ‘28
troviamo due saggi interpretativi delle forme architettoniche (5). Naturalmente
oggi, a distanza di tempo, essi si mostrano come banali interpretazioni di
luoghi interni come grembi materni, ma comunque, anche se tali formulazioni
non sono più attuali, questi saggi testimoniano come anche l’architettura
e i problemi ad essa connessi siano stati affrontati da un punto di vista psicoanalitico.
Ma, come sono stati affrontati e perché? Questa domanda mette nel fuoco
della nostra lente l’archeologia, l’urbanistica e il restauro del
passato: che cosa può dire la psicoanalisi su discipline del genere?
Esse, a mio avviso, si prestano ampiamente ad un discorso psicologico. Ma prima
di tentare un’interpretazione, mi sembra necessario fare una premessa
di carattere generale: recentemente si è compreso che nell’ambito
della scienza, volenti o nolenti, si va avanti facendo costante riferimento
a certi paradigmi ben precisi. Ciò accade anche nell’ambito delle
scienze psicologiche. I due paradigmi fondamentali tra cui si muove tutta la
psicologia rispondono in modo differente alla seguente cruciale domanda: è il
mondo che fa la psiche — primo paradigma: tutto dipende dall’esterno — oppure è la
psiche che fa il mondo? — secondo paradigma: l’uomo è l’artefice
del cosmo. Sono due frasi molto brevi e molto semplici, ma si può esser
sicuri che nelle aule universitarie dove si dibattono determinati problemi,
in genere ci si scontra sempre su queste due proposizioni, le quali riflettono
due importanti punti di vista, quello materialista e quello idealista. Da una
parte si vuole che la psiche umana sia succube di fronte a ciò che accade
all’esterno: è una matrice su cui si imprime tutto. Dall’altra
parte si afferma invece che nella psiche umana c’è un principio
creatore che modella il mondo esterno.
La soluzione di questo dilemma è, fra l’altro, anche abbastanza
semplice, però, stranamente, viene difficilmente adottata, forse perché proprio
la semplicità fa paura, in quanto implica delle azioni: sembra perciò meglio
rimanere nel dubbio piuttosto che capire e andare avanti. La risposta a questi
due modelli alternativi non è assolutamente moderna: la si può trovare
in Vico e probabilmente anche prima. Ma, dal momento che viviamo in una cultura
marxiana, oltre che psicoanalitica, possiamo notare che la III tesi su Feuerbach
di Marx risponde proprio a questo nostro problema. Parlando della dottrina
materialistica, che sostiene la assoluta dipendenza degli uomini dall’ambiente,
Marx afferma che il materialismo non deve essere interpretato scioccamente,
senza cioè rendersi conto che a loro volta gli uomini fanno l’ambiente.
Bisogna sempre tener conto di queste due immagini: non solo noi siamo vittime
dell’ambiente circostante, ma, a nostra volta, torniamo su quest’ambiente,
modificandolo. Direi che questa posizione dialettica può, in un certo
senso, almeno momentaneamente, rispondere al quesito iniziale. Ma come si presenta
a livello psicologico il problema di cui abbiamo parlato? Come operano psicologicamente
questi due paradigmi? (6).
Abbiamo in psicologia due termini, di importanza davvero fondamentale, che
adoperiamo così spesso da dover essere ogni tanto salutarmente costretti
a riflettere sulla portata dei relativi concetti: questi due termini sono introiezione
e proiezione.
Che cosa intendiamo col primo termine? Non è azzardato congetturare
che l’essere umano viva la sua esperienza intrauterina come immerso in
un’indissolubile unità con la madre. Queste congetture hanno una
eco sia nell’indagine psicoanalitica degli adulti, sia nelle grandi tradizioni
mitiche fondate sull’unità originaria del cosmo. Tutti i miti
del paradiso perduto o di un’età dell’oro hanno generalmente
a che fare con questo momento. È a questo periodo precocissimo, ma così importante,
che probabilmente risalgono i primi processi di introiezione.
Si tratta di processi inconsci, anche per ovvie questioni neurologiche: vengono
memorizzate, per così dire, le dolci sensazioni di completezza derivanti
dall’intima e totale unione con la madre. Di conseguenza, si può dire
che i momenti più delicati della vita umana siano rappresentati dalla
nascita perché questa implica il passaggio da un paradiso terrestre,
dove tutto è dovuto, ad una situazione nella quale la possibilità di
sopravvivenza è direttamente proporzionale alla capacità di assimilare
e far propri una serie di stimoli, che sono poi la condizione del divenire
adulti. Ma non credo che sia così facile divenire adulti e quindi staccarsi
dalla matrice originaria. «Sii tu il nostro Cesare» è un
modello che ricompare spesso nella storia dell’uomo. E ricompare perché nel
suo processo di sviluppo è probabilmente successo qualcosa che
non è andato nel verso giusto. L’introiezione può essere
dunque considerata una specie di memoria che l’individuo possiede ed
in cui immagazzina innumerevoli dati del mondo che lo circonda, ma con una
differenza fondamentale dalla memoria cui siamo abituati. Infatti, quest’ultima
ha il dono della consapevolezza. Io posso sapere di ricordare una lingua straniera,
un numero telefonico. Nell’introiezione, invece, io memorizzo dei dati
senza esserne consapevole. Ora, questi dati da me memorizzati o introiettati
agiscono a mia insaputa, cioè, usiamo dire, sono inconsci. L’introiezione
più classica è quella che ha per oggetto la figura dei genitori;
in prima linea, data la sua predominanza originale, è la figura della
madre.
Abbiamo detto che la nascita significa la fine dello stato paradisiaco di totale
aderenza all’oggetto che soddisfa ogni bisogno. Noi sappiamo tuttavia
che dopo la nascita il bambino non è meno bisognoso di cure: è assolutamente
incapace di sopravvivenza autonoma. Ma quando ormai il cordone ombelicale è stato
reciso, la madre non è più sempre presente, come quando il bambino — ancora foetus — era
tutt’uno con lei. Il bambino sperimenta dunque per la prima volta le
angosce derivanti dall’assenza della madre.
Vediamo allora il primitivo stato di reciproca compenetrazione evolversi in
un rapporto. Questo rapporto entra progressivamente nella fantasia del bambino,
e farà parte per tutta la sua vita di un’immagine con un’autonomia
propria con la quale l’essere umano dovrà sempre fare i conti.
Il processo di introiezione può quindi essere definito come l’appropriarsi
in modo inconscio di un’esperienza esterna: questa esperienza esterna,
con il passare degli anni, diventa sempre meno importante, mentre acquista
particolare valore l’esperienza interna con cui l’Io emergente
del bambino sviluppa un legame e un dialogo fondamentale. Se ci chiediamo il
motivo di questa situazione, ci rendiamo conto che l’uomo, proprio dalle
sue prime esperienze, deriva il bisogno di mantenere intatto una specie di
paradiso rassicurante, quel nucleo caldo che i poeti e i creatori di miti hanno
in genere cantato assai bene. Ma, come avviene spesso nella storia dell’umana
tragedia, non sempre le cose si collocano al posto giusto e giungono al momento
opportuno. Perciò il legame interno che tiene unito l’Io con l’immagine
introiettata della figura materna subisce continue fratture, sbandamenti e
sanguinanti lacerazioni (7).
Queste fratture derivano dal fatto che le esigenze ambientali non permettono
alla madre, nei primi contatti col bambino, di mantenere inalterata la sua
funzione. In astratto, ella dovrebbe rappresentare sempre per il bambino la
personificazione del bene, in assoluto. In realtà la madre può commettere
errori o, in altri termini, essendo semplicemente un essere umano, si offrirà al
figlio con il suo bene e con il suo male. Da ciò deriva la rottura del
rapporto con la figura interiorizzata. Ma questa figura interiorizzata, proprio
per la sua importanza fondamentale originaria, rappresenta un piccolo mondo,
una totalità a cui disperatamente si anela, con azioni e comportamenti
la cui profonda motivazione non è facile da scoprire. Ed ecco allora
che noi possiamo accompagnare l’uomo in questa ricerca del rapporto perduto,
una ricerca, si badi bene, che non ha nessuna possibilità di andare
a termine se non nei limiti di una generica approssimazione.
Abbiamo bisogno a questo punto di ricordare però che tutto questo processo
di rapporto interno e susseguente rottura avviene in modo inconscio. L’individuo
avverte sul piano del comportamento una perenne sensazione di insicurezza e
incompletezza. Si può dire che una delle cose più interessanti
della nostra esperienza analitica sia il fatto che ogni paziente dà l’impressione
di voler guarire dalla vita, non da qualche disturbo specifico. È la
vita stessa che vuol essere guarita. Naturalmente, come potete capire, questo
discorso non può essere identico per tutti. Ci sono infatti delle gradualità.
Si può dire che la persona più distrutta, in un certo senso, è quella
che, da un punto di vista clinico, si colloca nell’ambito di una situazione
disastrosa riguardo ai rapporti materni. In genere si tratta di una madre depressa,
che significa una non-madre, vale a dire che non adempie al suo compito in
quanto, essendo depressa, la sua energia, che dovrebbe essere estroflessa per
dar vita a chi gli sta accanto, non è in grado di rivolgersi all’esterno.
Se lo facesse, rischierebbe un crollo totale. In questo caso non può instaurarsi
nel figlio quel nucleo interno o, se si forma, avviene malissimo e ci sono
buoni motivi per pensare che poi il bambino ne soffrirà per tutta la
vita. A questo punto noi siamo in grado di dire che la ripresa del contatto
dovrebbe avvenire attraverso un lavoro psicologico, ma una simile modalità di
approccio al problema rappresenta già qualcosa di molto raffinato. In
genere in questi casi l’uomo guarda il mondo delle cose e riversa su
di esso il suo disagio.
Ed eccoci allora costretti a parlare di un altro concetto fondamentale della
psicoanalisi, la proiezione. In termini semplici, la proiezione vuole indicare
un fenomeno per il quale l’individuo portatore all’interno di se
stesso di un conflitto o di qualcosa di spiacevole tende ad espellere fuori
di sé, in modo inconscio, il conflitto stesso. Si badi bene, e va ripetuto,
che tutto ciò avviene in maniera inconsapevole. Le conseguenze sono
che gli oggetti o le persone diventano il ricettacolo di queste proiezioni.
Poiché noi dobbiamo pensare che questo meccanismo, proprio per la sua
semplicità, è estremamente arcaico, notiamo di conseguenza che
l’uomo ha sempre utilizzato il mondo esterno come uno schermo per le
sue proiezioni. Guidati quindi da uno stimolo inconscio e incapaci di viverlo
come un fatto interno, gli uomini hanno perpetrato una serie di tentativi diretti
ad agire sullo stimolo, ma che in realtà incidevano sul mondo esterno.
La materia stessa si è prestata ovviamente come un primo strumento.
Fra tutti gli psicologi del profondo Jung fu il primo a sentire l’esigenza
di indagare come questo fenomeno proiettivo sulla materia si fosse realizzato
nel corso dei secoli. Sono note le sue indagini sui tentativi dei primi alchimisti
di trasformare la materia banale in maniera preziosa. Jung ha potuto congetturare
con una certa verosimiglianza che gli alchimisti in realtà, attraverso
la manipolazione della materia, rispondevano alle loro esigenze interiori,
esigenza di crescita interna e di ricerca di una totalità. Ecco allora
nell’ambito del processo alchimistico rivelarsi il meccanismo proiettivo
di un bisogno di integrazione che, invece di essere vissuto a livello simbolico,
come di norma avviene nel processo analitico, viene realizzato con alambicchi
e distillatori (8).
Con questa ottica allora ci stiamo avvicinando al cuore del nostro problema.
Perché ricercare le vestigia del passato? Perché conservare
l’ambiente, perché restaurarlo? Una prima risposta può darcela
il semplice accostamento di due concetti fondamentali del nostro precedente
discorso: noi espelliamo il nostro disagio e abbiamo bisogno di una materia
su cui poter lavorare ed espellere. La materia stessa, però — e
qui torniamo alla concezione marxiana della III tesi a Feuerbach — oltre
a subire l’effetto della nostra azione, ha degli effetti su di noi. Se
ne deduce che l’azione dell’uomo sull’ambiente, quando non
subisce deformazioni, è motivata dalla necessità di conservare
l’equilibrio psichico. Ci sono però delle persone che, come abbiamo
detto prima, più prepotentemente sentono questo bisogno: la ricerca
del passato, il riportarlo alla luce, conservare le cose, restaurare. Queste
persone probabilmente, secondo le tesi che ho esposto, sono coloro che debbono,
nell’ambito di questa attività di ricerca, di conservazione, rispondere
a certe esigenze personali.
Probabilmente sapete che Freud era molto amante dell’archeologia, al
punto tale che il suo studio non era asettico, come alcuni vorrebbero che fosse
uno studio psicoanalitico, ma era pieno di statuine greche, egiziane, che i
pazienti stessi gli regalavano — allora si accettavano i regali — e
sembra che lui, già molto taciturno, quando era a pranzo usasse porre
una delle sue statuette sul tavolo e guardarla per tutto il tempo del pasto.
Per quanto riguarda Jung, si sa che lo psicologo svizzero al momento della
scelta della facoltà universitaria fu incerto se iscriversi a medicina
o ad archeologia.
Gli esempi fatti dimostrano l’esistenza di una grossa connessione fra
il lavoro archeologico e quello psicologico. Jung e Freud, ad esempio, per
poter illustrare e far comprendere il contenuto del lavoro che fanno, spesso
sono costretti ad usare nei loro discorsi delle metafore, delle analogie: il
maggior numero delle metafore che si trovano nell’ambito dell’opera
freudiana è proprio in riferimento all’archeologia. Uno dei primi
lavori e uno degli ultimi di Freud, uno su un caso di isteria e l’altro
sulla costruzione in analisi, hanno ambedue dei bellissimi esempi di lavoro
archeologico come lavoro psicoanalitico (9).
La psicologia del profondo ci ha insegnato che le scelte professionali, nei
limiti di una certa libertà individuale, vanno incontro a bisogni fondamentali
di chi le compie. E la figura dell’archeologo o del restauratore non
può non suscitare una certa curiosità allo psicologo. Nella nostra
terminologia usiamo l’espressione «ricerca dell’oggetto» per
indicare situazioni traumatiche infantili verificatesi nei primissimi stadi
dello sviluppo. Queste situazioni traumatiche sono anche associate ad una indifferenziazione
sessuale. La ricerca dell’oggetto in seguito può subire un certo
grado di trasformazione e diventare la motivazione inconscia che guida l’individuo
verso una professione dove la ricerca in genere e quella archeologica in particolar
modo giocano un ruolo fondamentale.
Come esempio classico del nostro discorso potremmo portare la vita di due archeologi,
Schliemann e Winckelmann che in maniera coattiva sin dai primi anni della loro
esistenza sentirono il richiamo del passato e il desiderio di portarlo alla
luce (10). La biografia di questi due autori, in particolar modo quella di
Schliemann, ci indica la presenza di una madre depressa. Noi abbiamo già detto
che la madre depressa è in realtà una falsa madre perché la
sua patologia le impedisce di svolgere la sua funzione principale: il nutrimento. È chiaro
che non voglio riferirmi al concreto allattamento quanto piuttosto a quel tipo
di comunicazione non verbale cui accennavamo prima, responsabile della creazione
all’interno del bambino, attraverso il meccanismo dell’introiezione,
di un nucleo orientativo, di una totalità psicologica inconscia, connessa
con un asse all’Io cosciente. La mancanza e la debolezza di questo nucleo
e di questo asse determinano poi individui inquieti che guardano al passato
che non è più il proprio passato ma il passato del mondo. Ed
ecco la scoperta del mondo omerico nel caso di Schliemann e la scoperta dell’antichità classica
nel caso di Winckelmann.
Lo sguardo ai monumenti del passato, il tentativo di rimetterli in sesto corrisponde
quindi ad una particolare situazione psicologica che su di un piano personale
esprime l’esigenza di connettersi con una totalità psichica originaria
con la quale abbiamo perso i contatti. Su di un piano storico questo significa
che prima nella realtà e dopo nella nostra fantasia, la madre nutritrice
ci è venuta meno nei momenti più precoci del nostro sviluppo
causando forse danni irreparabili che esprimono una vera e propria psicopatologia.
Ma come giustamente da più parti si sostiene «la psicopatologia è indispensabile
per i più alti raggiungimenti della vita umana» (11).
Se si legge la biografia di Schliemann si rimane impressionati dalla nevroticità della
sua esistenza, una vita che sin dall’inizio rimane colpita da acute crisi
emotive. Solo un uomo come lui, alla ricerca degli oggetti perduti interni,
poteva investire di tasca propria tanto denaro per imbarcarsi in un’impresa
quasi disperata agli occhi di tutti. Ma si trattava di una malattia creatrice
perché nel momento in cui scavare e riportare alla luce il mondo omerico
significò per lui l’inizio di un’opera restauratrice della
propria personalità, significa anche per noi ricevere in dono il risultato
della sua ricerca.
Come già detto, il lavoro di ricerca archeologica ed il restauro sono
stati spesso comparati all’analisi. Io non credo che esistano immagini
più belle nei sogni dei nostri pazienti di quelle che indicano proprio
uno scavo archeologico, un mettere a posto, sistemare, ridare alla luce. C’è poi
un altro particolare che merita la nostra attenzione. Sì, il nostro
lavoro di analisti è un lavoro di restauro che cerca di portare un minimo
di equilibrio nel contesto di una situazione devastata, ma anche per noi ci
sono quei problemi che in un modo o nell’altro affliggono il mondo dell’arte.
Anche per noi non si tratta di riportare ad una situazione iniziale, che è e
rimane irrecuperabile, quanto piuttosto di rispettare il presente e renderlo
funzionale. Abbiamo un termine nel nostro lavoro, «costruzione in analisi»,
che indica secondo me uno dei momenti più arditi del procedimento analitico.
Infatti «spesso non riusciamo a indurre il paziente a ricordarsi del
rimosso. Riusciamo invece, se abbiamo condotto correttamente l’analisi,
a infondergli una salda convinzione della verità della costruzione,
convinzione che ha lo stesso effetto terapeutico di un ricordo ritrovato» (12).
Così un corretto senso del restauro non tenta un recupero dell’originale
ma tenta un risanamento, una preservazione di ciò che rimane. A questo
punto credo che vada chiarendosi il nostro assunto. Il recupero del passato,
questo bisogno che si fa più acuto ogni qualvolta noi sperimentiamo,
nei nostri oggi, la mancanza della storia, è un’esigenza psicologica,
oserei utilizzare un termine in disuso, è un istinto tipicamente umano
perché più a lungo, rispetto agli animali, il cucciolo dell’uomo
rimane accanto ai grandi. La lentezza dello svezzamento, oltre ad essere con
probabilità una delle cause della nevrosi, sta alla base di questo anelare
al passato, a quel mondo che ci sembra perfetto e funzionale, almeno ai nostri
occhi di bambini. Ecco perché siamo sgomenti e angosciati in quei posti
dove, distrutta anche la natura, si ergono solo abitazioni moderne e recenti.
Questi complessi edilizi non hanno con noi nessun legame e generano in noi
delle tipiche angosce persecutorie. Forse siamo stati cattivi e siamo per questo
puniti, privati quindi dei genitori, del nostro passato senza il quale l’uomo
non è più tale. Cercare allora nel passato e conservare i segni
del tempo appartenuto ad altri uomini è una delle tante risposte che
l’uomo dà per guardare il futuro.
Il problema di ricostruire, di salvaguardare l’ambiente e sentirne la
forza compare spessissimo nei sogni dei nostri pazienti. Ho avuto l’imbarazzo
della scelta nel proporre alcuni sogni. Il primo è di uno scrittore
cinquantenne, abbastanza famoso, il quale però a un certo punto della
sua vita ha un blocco. Chi conduce un’esistenza creativa nel momento
del blocco affronta veramente un problema di vita o di morte, poiché si
può anche morire se non si crea. Lo scrittore è colui il quale
può mettersi a tavolino — credo che Moravia faccia così — tutte
le mattine, scrivere quattro pagine e poi andare a passeggiare per il corso.
A un certo punto, se uno scrittore è privato di questa possibilità perché non
ce la fa, si trova in una situazione veramente di disperazione. Allora, dato
che era una persona culturalizzata, ha pensato che attraverso l’analisi
potesse riprendere la sua attività e sbloccare quella situazione. Questo è il
sintomo generale — anche se in fondo lui porta molte altre problematiche — cioè la
paralisi delle sue possibilità creative. Egli è intelligente,
quindi non crede che gli psicoanalisti, attraverso l’analisi, distruggano
l’arte dei propri pazienti. Questo non è assolutamente vero. Allora,
nel terzo anno di analisi, in cui posso dire con molta onestà che le
cose per lui sono cambiate per quanto riguarda la creatività, a un certo
punto mi porta questo sogno. Mi dice che si trova in un quartiere di Roma con
tutti lavori in corso. Tutte le cose stanno cambiando e infatti si tratta di
restaurarle. Vengono fuori facciate di chiese e ospedali. «Mi colpisce — dice
nel sogno — una chiesa romanica restaurata a metà. È necessario
restaurare anche l’altra parte». Poi ci sono ancora chiese e ospedali
e «rifletto che quando questo quartiere era nato, tanti anni fa, non
si era accontentato di vivere a spese della città, ma aveva cercato — questo
quartiere — di avere una vita completa in se stesso, con chiese, ospedali,
scuole». Questo è il sogno: è un sogno di restauro, un
sogno ambientale, dove a un livello inconsapevole il sognatore presenta un
processo di integrazione, che dà a me e a lui — e qui naturalmente
c’è tutto un problema emotivo che è difficile comunicare — la
sensazione che le cose si stanno muovendo. Se noi fossimo dei fedeli freudiani
potremmo dire che si tratta della realizzazione di un desiderio, però è la
realizzazione di un desiderio positivo. Io non credo ai sogni come realizzazione
di desiderio, ma, se anche fosse così, desiderare di andare a finire
sotto un carro armato — sogni che faceva all’inizio — è ben
diverso dal desiderare, con un sogno del genere, che tutto sia restaurato.
C’è effettivamente un’opera di restauro e si trova, questa è la
cosa importante, un quartiere autonomo: l’autonomia è in fondo
alla radice della propria creatività.
Potrei dire che il problema ambientale diventa fondamentale perché l’ambiente
permette di lavorare per la mia psiche. Io credo che si potrebbero veramente
fare delle indagini psicologiche e riscontrare una perfetta correlazione fra
ambiente degradato e persone degradate. Con questo voglio dire che chi accetta
che l’ambiente si degradi, ha già perso la sua dimensione umana.
Non è forse questa la sede in cui sviluppare un discorso politico, ma
ritengo che questo rimanga sempre sottinteso: se uno accetta di vivere in una
casa in cui non si può vivere, oppure in una città distrutta
senza fare qualcosa, significa che dentro di noi si sono smorzate le forze
riparatrici.
Il secondo sogno di cui volevo parlarvi mi fu portato da una donna, al termine
del nostro rapporto, dopo cinque anni di analisi. Ella sognò di trovarsi
su di una nave che prendeva il largo. Nel suo viaggio, con un artificio particolare,
poteva guardare sia la sponda che lasciava, sia il mare aperto verso il quale
navigava. E la sua emozione era grandissima. Sentiva di potersi riempire del
passato, del presente ed anche del futuro. Essa diceva a se stessa nel sogno
di poter ormai navigare perché il suo passato era sempre presente. Io
penso che avesse perfettamente ragione.