03.05.1994
Disagio psichico
Synthesis, anno IV, n. 3, maggio-ottobre 1994, pag. 5 di Aldo Carotenuto
Esistono due diverse concezioni del mondo che informano di sé ogni
forma di pensiero o di azione umana. Anche l'approccio alla sofferenza psichica,
come qui cercheremo di analizzare, è contraddistinto da due modalità ai
cui estremi si collocano la psichiatria e la psicologia analitica.
Nelle sue linee essenziali il problema è questo. La psicologia analitica
(ma si potrebbe parlare di tutte le psicologie dell'inconscio) considera l'individuo
responsabile del proprio destino, mentre la psichiatria, nella sua accezione
più rigorosa, cerca negli organi fisici della persona la causa del comportamento.
Il mio discorso ora vuole svolgersi su queste due alternative, appositamente
radicalizzate, proprio per poter far emergere, nella sua cristallinità,
il nucleo dei problemi che le due prospettive accuratamente celano.
Come al solito preferisco partire da un caso concreto per poter poi discutere
con i lettori su alcuni dati di fatto. Molti anni fa, presi in cura un ragazzo
ventenne, intelligente e preparato, che nella sua esperienza precedente aveva
avuto già contatti con psichiatri e psicoanalisti, senza averne ricavato
beneficio. Il motivo per cui i genitori mandavano in cura questo ragazzo si
basava sul fatto che era alquanto diverso dalle persone normali. Aveva un atteggiamento
strambo ed anticonformista che a volte poteva anche accattivare delle simpatie
che in seguito si convertivano in una profonda avversione motivo per cui il
ragazzo veniva definito come anti-sociale.
In questo quadro clinico era presente anche un problema di uso di droghe che
accentuava ancora di più il comportamento inusitato.
In genere, quando si accetta di curare un paziente che ha già avuto
trascorsi psichiatrici e psicologici, si tratta sempre di voler sfidare se
stessi. In questi casi infatti, le esperienze precedenti, lungi dall'aver
provocato una maggiore consapevolezza, hanno affinato gli strumenti difensivi
del paziente che acconsente di venir mandato in terapia, sapendo benissimo
che anche questa volta metterà in scacco il terapeuta.
La situazione può essere così sintetizzata: da una parte c'è la
famiglia e lo psichiatra, dall'altra il paziente e lo psicoanalista. Tale
quadruplice contesto genera delle dinamiche, a volte assai sottili, che si
risolvono in uno scontro diretto fra una concezione dinamica della vita psichica
ed una visione fisio-organicistica.
In questo scontro, a ben guardare, l'unico a rimanere saldo nelle sue
convinzioni è il terapeuta perché, sia il paziente che la famiglia
oscillano fra le due tesi, sposando ora l'una ora l'altra secondo
le circostanze del momento. Ma c'è una condizione essenziale che di
per sé caratterizza tutto il rapporto terapeutico.
Quando un componente della famiglia dà segni di devianza, il primo specialista
consultato è sempre uno psichiatra.
Alla sua figura si associa il concetto di braccio secolare che ha
il compito di mettere in atto una serie di misure cautelative nei riguardi
del deviante, senza che la famiglia possa sentirsi responsabile.
Al fondo dei desideri più reconditi di un nucleo familiare all'interno
del quale si sviluppa un comportamento deviante c'è sempre, infatti,
la speranza del così detto «tumore cerebrale» che in un
modo o nell'altro deresponsabilizzi e metta a tacere la coscienza. Ma
come ben si sa, casi del genere sono, per fortuna, rarissimi. Ciò che
invece è presente è una patologia familiare che trova in questo
o quel componente la strada più facile per manifestarsi. Bisogna però riconoscere
che il discorso fatto alla famiglia è di per sé sempre difficile
perché quella che viene definita corazza caratteriale collettiva rende
vana qualsiasi comunicazione. C'è soltanto il desiderio di negare le
evidenze e di scaricare sul corpo del figlio le cause del disagio psicologico
e comportamentale.
A questo punto lo psichiatra, in quanto tecnico degli organi preposti al funzionamento
psichico, può intervenire senza chiamare in causa la famiglia; ma come
spesso avviene, questi tentativi hanno scarso successo per cui, in mancanza
di meglio, si ricorre allo psicoanalista.
Si potrebbe pensare che l'amara esperienza di un contesto psichiatrico
abbia spinto la famiglia alla comprensione di una diversa modalità di
intendere il disturbo, ma si tratta di un'illusione in quanto una tale eventualità significherebbe
chiamarsi in gioco direttamente il che, nella quasi totalità dei casi, è in
pratica insostenibile. Il discorso psichiatrico, infatti, assolve; il discorso
psicologico accusa. Diviene allora indispensabile capire, se non si vogliono
commettere errori inevitabili, cosa spinge i genitori, dopo un fallimento medico,
a rivolgersi allo psicologo. Anticipiamo la nostra risposta. Non si tratta
di sperare in una cura quanto piuttosto in un fallimento che dimostri l'intrattabilità del
caso. Infatti, un caso intrattabile, se non altro, rimanda ad una «maledizione» (male
oscuro) le cui origini sono difficilmente rintracciabili.
Ma perché la terapia non abbia successo è necessario intromettersi
con medicine che «agevolano» la cura psicologica. In questo modo
il braccio secolare fa la sua trionfale ricomparsa. Lo psicoanalista è abituato
ad ascoltare contemporaneamente due linguaggi che hanno come caratteristica
saliente una loro superficiale incoerenza. Non a caso si può parlare
infatti di «sospetto metodologico». Affinando l'ascolto, si è capaci
di far emergere le contraddizioni.
Ma vediamo meglio i fatti. La psicologia analitica non si intromette nelle
fantasie, anche le più assurde, del paziente. Si parte dall'idea
di un loro probabile significato da far comprendere al paziente stesso
tramite la mediazione dell'analista.
In verità, se non si è esperti e non si è vissuto personalmente
il finalismo delle produzioni inconsce, si è naturalmente portati a
sottovalutarle come espressioni senza senso e, di fatto, a combatterle.
Il mio paziente, dopo un periodo di apparente normalità, nel senso che
i suoi atteggiamenti erano interpretabili secondo una logica corrente, inizia
un discorso più approfondito con le immagini interne. In questa situazione,
ampiamente descritta dalla letteratura analitica, il paziente non può assolvere
del tutto quei compiti che un minimo di vita estrovertita richiede in quanto l'interesse
per il dialogo interiore è predominante. A questo punto scattano le
contraddizioni. Da parte dell'analista si tenta il confronto con le immagini,
dall'altra (genitori e psichiatra) si tenta di bloccare questo confronto.
Si tratta di momenti altamente drammatici perché, come dicevo all'inizio,
il problema è solo apparentemente medico, esso è soprattutto
una scelta di vita. Forse la frase «l'ordine regna a Varsavia» è emblematica.
Esprime una verità, a costo di un'altra verità. In effetti il
comandante nazista aveva ragione: stabilito cos'è l'ordine, si
procede al suo ottenimento, senza chiedersi se esiste un'altra specie di ordine,
per esempio la rivolta.
Per i genitori del mio paziente era necessario esorcizzare il nuovo piano di
vita che il loro figlio voleva sperimentare perché la dimensione non
ragionevole dell'inconscio equivale ad una verità cui va vietata
in modo assoluto l'espressione. Ecco allora la «medicina» e
la medicalizzazione del corpo e della psiche.
Lo psicoanalista in questa occasione fa esperienze sconvolgenti proprio con
le persone ragionevoli, alle quali viene fatto il seguente discorso: «In
questo momento il paziente si trova forse a contatto con una profonda problematica
che lo ha tenuto in scacco per tutta la vita.
Nel momento in cui questa dimensione simbolica emerge, è naturale che
il paziente segua da vicino questa esperienza, trascurando gli aspetti banali
della vita. Quindi ciò che sembra strano lo è soltanto per coloro
che sono all'esterno del processo ma non per chi lo vive dall'interno.
Lasciamo allora che il paziente, insieme al terapeuta, viva questa esperienza
e ne riesca rinnovato».
Questo discorso trova assolutamente sordi i genitori.
Essi vogliono subito una «medicina» che arresti il fluire delle
immagini, che blocchi il contatto con l'inconscio e che riporti alla normalità il
proprio figlio. Si potrebbe pensare che essi temono il naufragio irreversibile
del paziente e di fatto questo è l'argomento sostenuto quasi sempre
con animosità. Ma l'esperienza insegna che il vero motivo è altrove.
Esso giace nel fatto che l'inconscio è vissuto come una profonda
matrice di verità. Ben lo sanno gli analisti che, lavorando con pazienti
molto gravi, affondano lo sguardo in una specie di Geenna psicologica dalla
quale raramente emerge la bugia. Più spesso è la verità crudele
della nostra psiche che ci viene rivelata. Non hanno torto quindi i genitori
a temere l'inconscio del figlio che nel momento più intenso della
sofferenza si dovrà manifestare, suo malgrado, come giudice e vindice.
Che la normalità dei genitori si sorregga sulla nevrosi dei figli, ormai è un
fatto certo. Vediamo allora che l'uso della medicina e del braccio secolare
altro non è che legittima difesa perché i genitori sanno che
attraverso quello strumento il figlio non guarirà mai.
Guarire significherebbe aprire delle grosse lacerazioni all'interno della famiglia.
Significa forse per la prima volta un doloroso confronto tra i genitori che
nella malattia del figlio hanno celato il loro fallimento e la loro mancanza
di coraggio.
Ecco allora psicologia analitica e psichiatria prendere due dimensioni specifiche,
l'una accetta le catastrofi e le asseconda nel loro evolversi verso livelli
di vita diversi, forse migliori, l'altra si preoccupa della restaurazione
di una condizione umana che era stata già rifiutata attraverso la manifestazione
del sintomo. Non so se sia possibile una mediazione fra le due parti né se
in fondo tale mediazione sia auspicabile. Si può anche presumere che
le due posizioni siano inconciliabili in quanto, ad un esame più profondo,
una loro sintesi snaturerebbe entrambe. Credo che l'una e l'altra
abbiano una loro dignità di intenti, ma si deve ben sapere quali sono
le loro differenze.
Vediamo insieme un aspetto del caso che ho riportato: lo psichiatra e i genitori
vogliono bloccare l'emergere di una nuova verità, l'analista
non solo non blocca questa nuova dimensione ma la costella e la favorisce.
Si tratta di posizioni assolutamente diverse che si basano per l'appunto
su modi diversi di intendere la vita. E qui ci avviciniamo al cuore del problema. L'attività psicoanalitica è un
rischio perenne perché non ha alcun supporto se non la forza della parola.
Ma cos'è la forza della parola? Ogni analista esperto e che si è giocato
la vita nella terapia psicologica sa che l'efficacia della comunicazione
risiede nella verità a cui attinge, una verità che né i
libri né tanto meno i titoli accademici possono garantire. Essa passa
attraverso la sofferenza e il coraggio di fronteggiare se stessi. Lo psichiatra,
che ha negato il suo viaggio interiore, non può possedere questa parola
che guarisce e deve necessariamente usare il mezzo medico. Ma questo strumento
non può discriminare l'anima sofferente per cui ogni disturbo psicologico
si risolve in un appiattimento uniforme.
Invece la parola, per una sua coerenza interna, tiene conto delle differenze
e pertanto deve tener conto che per qualcuno l'atto suicida sembra essere l'unica
soluzione alla sofferenza. L'analista, soltanto con la parola, guarda in viso
la morte. Questo è il rischio che egli corre, ma si tratta di rischio
rispetto al collettivo, non rispetto all'individuo. A questo punto
si erge lo spartiacque fra psichiatra, analista e tra gli stessi analisti.
Infatti si tratta di porsi il problema non della vita ma della qualità della
vita.
Si vada in un ospedale psichiatrico e ci si incontri con gli esseri umani cui è stata
probabilmente salvata la vita con strumenti medici. Chiediamoci allora se queste
vite risparmiate servono a se stesse oppure se esprimono soltanto l'esigenza
di sopravvivenza della psichiatria. Credo che la risposta non abbia difficoltà a
emergere. L'analista lotta per una diversa qualità della vita,
così come combattono i rivoltosi di Varsavia, e questo comporta comunque
ogni possibile rischio perché la trasformazione dell'esistenza,
nell'ottica dell'individuo, non sempre coincide con la continuazione della
vita. L'analista deve saperlo e questo lo rende necessariamente diverso dallo
psichiatra. Come accennavo prima, molti analisti si rifiutano di capire che
la loro professione comporta questo rischio.
In tal caso essi però non operano come analisti.