03.04.1997
Tempo e processo analitico
Synthesis, anno III, n. 2, gennaio – aprile 1994, pag. 20
di Aldo Carotenuto
La persona sofferente, specie all'inizio dell'analisi, non è disposta
ad accettare un senso del tempo analogo a quello di cui è portatore
l'analista. Mentre infatti quest'ultimo non si pone il problema della durata
dell'intervento terapeutico, una delle prime domande che l'analizzando formula è quella
relativa al decorso della cura. La ridotta capacità di autoregolarsi
viene compensata da una relazione spesso ansiosa ed ossessiva con l'orologio.
Ma la richiesta di conoscere quanto durerà l'analisi nasce innanzitutto
dalla necessità di delimitare i confini del proprio disagio, quasi che
fissare un scadenza consentisse non solo di rinchiudere la malattia in uno
spazio ben preciso, ma anche di controllarne il potere. Se il sintomo con il
suo effetto perturbante evidenzia l'impotenza del soggetto di fronte al
suo mondo interiore — un universo che angoscia e spaventa proprio in
quanto sconosciuto — stabilire un tempo entro cui esso può far
udire la sua voce esorcizza la paura e l'angoscia, rassicurando il paziente.
Ma fissare una scadenza racchiude anche il desiderio di ripristinare velocemente
uno stato di salute preesistente. Si vuole tornare ad essere come “prima”.
Che si tratti solo di una condizione immaginaria di sanità che non corrisponde
agli effettivi vissuti del paziente, non ha nessuna importanza per quanto riguarda
ciò che egli effettivamente sente.
Come accade negli stati di alterazione organica, il disagio psichico non esplode
all'improvviso; una lunga preparazione, un covare del fuoco sotto alle braci
prelude al manifestarsi acuto del malessere. Il paziente però molto
spesso pare aver dimenticato questa silenziosa incubazione, i cui segni diventano
via via sempre meglio percepibili, alterando i suoi ricordi a favore di una
condizione passata di mitico benessere. Proprio la comparsa del disagio, il
suo acutizzarsi alimentano il desiderio di una rapida “guarigione”.
Mentre l'analista è convinto di trovarsi di fronte ad un processo per
il quale il tempo ha dei confini in pratica infiniti, il paziente non nutre
la medesima sensazione e molto giustamente, almeno dal suo punto di vista,
se si considera il pressare dei sintomi, propone un'immagine di guarigione
temporalmente limitata. La tensione che si crea fra analista e paziente a questo
riguardo può essere considerata come uno scontro fra tempo infinito
e tempo finito, ovvero tra un vissuto della temporalità come dimensione
indefinita, priva di punti di riferimento esterni e una percezione del tempo
scandita da ritmi collettivi.
L'essersi sottoposto ad una lunga analisi personale prima di esercitare la
professione rende il terapeuta emotivamente consapevole di queste opposte modalità di
rapportarsi nel tempo. Come paziente, l'analista ha sperimentato in passato
tutta la pesantezza della sofferenza, l'intollerabilità di certi momenti,
la sua anima ha conosciuto la sensazione di incrinarsi a causa dell'intenso
dolore, desiderando di ridurre in fretta uno stato di malessere divenuto insopportabile.
Avendo vissuto tale condizione, sa bene quanto a volte risultino sgradevoli
e fastidiose le rassicurazioni, le esortazioni ad aver pazienza, come sia difficile
lasciare che il dolore accumulatosi in segreto negli anni trovi finalmente
una via di espressione. Tuttavia, proprio l'aver percorso per lungo tempo questa
via gli ha permesso di comprendere profondamente la necessità di rispettare
i ritmi dell'anima. Una nuova concezione del tempo ha così lentamente
preso forma dentro di lui, quella con la quale egli si rapporterà con
i suoi pazienti.
Se osservata da una prospettiva storica, la percezione da parte dell'analista
di un tempo senza limiti potrebbe essere il sedimento dell'evoluzione della
psicoanalisi come metodo di cura — basti pensare alle celebri osservazioni
di Freud sull'interminabilità dell'analisi — ma è il livello
personale a conferirle senza dubbio tutta la sua pregnanza, trasformando una
prescrizione tecnica in un convincimento che nasce dalla propria interiorità e
che il contatto quotidiano con le persone sofferenti rafforza sempre di più.
L'analisi dell'inconscio rende evidente che la sofferenza psichica non può essere
affrontata utilizzando il modello medico di approccio alla patologia. Di fronte
ai turbamenti, alle angosce dell'anima, non si può semplicemente pensare
di eliminare o ridurre il dolore, come se le parole dell'analista, il suo intervento
fossero l'esatto corrispettivo del farmaco usato in medicina. Ciò che
la persona sofferente porta nello studio dell'analista è una particolare
condizione esistenziale che appare appesantita e limitata da fattori in apparenza
estranei all'individuo. Si ha l'impressione che eliminando quell'elemento perturbante — un
lavoro inadatto, un partner con cui si ha un difficile rapporto, una famiglia
che frena la propria crescita — si possa ristabilire tout court uno
stato di benessere.
La durata della cura è, agli occhi del paziente, scandita dal tempo
necessario ad allontanare da sé ciò che “inquina” la
sua salute. Ci troviamo di fronte ad un doppio problema. Non solo in questo
caso si proietta fuori da sé la causa del disagio, ma la percezione
soggettiva del proprio stato rimanda ad un criterio esterno. Avendo un punto
di riferimento ideale di salute, la “virgola fuori posto” va necessariamente
abolita o modificata. Questo è ciò che crede il paziente, il
cui modo di pensare è legato alla coscienza collettiva del particolare
momento storico in cui vive.
Nonostante a partire da Freud lo spartiacque tra sanità e malattia sia
divenuto un confine quanto mai sfumato, l'acquisizione di questa conquista
concettuale appare ancora troppo astratta per il paziente comune che vive i
due stati come nettamente separati. Del resto la condizione di benessere è quanto
mai soggettiva e relativizzabile alle caratteristiche personali di ciascun
individuo. Una tale visione tuttavia non può essere appresa allo stesso
modo di qualsiasi conoscenza teorica, poiché si tratta di una nuova
dimensione psichica che deve essere interiorizzata durante tutta la vita. L'abolizione
di questa rigida linea di demarcazione ci porta a riconsiderare la relazione
con il tempo.
Se non esiste un “prima” e un “poi”, se disagio e salute
sono due condizioni che si intrecciano continuamente, e che variano tutt'al
più di intensità, allora il tempo della “guarigione” non è un
momento separabile dagli altri eventi. È qualcosa che accompagna invece
tutta la nostra esistenza, non diversamente dalla sofferenza. Comprendere una
tale verità implica però l'aver raggiunto uno stadio cruciale
di maturazione psichica.
A differenza dell'uomo comune, che trascorre i suoi giorni misurando continuamente
il tempo sulla base di parametri esterni, il saggio vive in una dimensione
temporale adeguata ai ritmi dell'anima. Ma questa conquista non può essere
compiuta dal paziente all'inizio del trattamento. Solo nel prosieguo della
terapia egli sarà in grado di pervenire ad una nuova coscienza della
durata, uscendo da un tempo finito per immergersi parzialmente in un tempo
non lineare. Mentre la maggior parte delle persone che intraprendono un'analisi
si trovano per la prima volta a contatto con queste particolari dimensioni,
l'analista ha già vissuto tale esperienza innumerevoli volte, sia sul
piano personale che su quello professionale. Ciò gli ha consentito di
pensare la cura come un processo interminabile che esclude ipso facto l'idea
del limite. La cura è legata alla crescita, alle trasformazioni che
giorno dopo giorno l'individuo compie su di sé. Lungi dall'essere abolizione
della sofferenza, essa è un lento apprendimento a vivere con le proprie
ferite, con le proprie parti deboli e malate, è accettazione di quel
fondo di disagio, di sofferenza cresciuto negli anni in ogni nuova dolorosa
circostanza. La vera ragione della lunghissima durata dei trattamenti analitici è racchiusa
appunto nell'idea della processualità e non in quella della scomparsa
dello stato di sofferenza psichica.
Definire la situazione analitica utilizzando il concetto di tempo sembra implicare
una contraddizione: da un lato infatti il procedimento dialettico si svolge
entro uno spazio delimitato da regole ben precise, dall'altro esso si articola
in funzione dell'infrazione a queste stesse regole. Al paziente viene chiesto
di mantenere regolarmente l'impegno di presentarsi alle sedute nel tale giorno
ed alla tale ora, sedute che avranno un decorso e una durata fissati sin dall'inizio
nel contratto analitico. La rigidità di questi confini è poi
ammorbidita da trasgressioni piccole e grandi, come ad esempio trattenere il
paziente qualche minuto in più o vederlo qualche istante fuori seduta
quando il suo stato emotivo sia particolarmente drammatico. Sia queste infrazioni — che
non sempre e non con tutti i pazienti vengono effettuate — sia l'intero
lavoro analitico mirano a distruggere quel senso del tempo inesorabilmente
e ineluttabilmente lineare di cui l'analizzando è portatore, per adeguarlo
ai ritmi interiori.
La delimitazione del tempo serve da contenitore il cui scopo è quello
di mantener vivo e significativo il contatto con la realtà oggettiva,
esterna al setting. Questa funzione è particolarmente importante quando
il rapporto con il mondo è compromesso dall'intensificarsi del disagio.
La sofferenza distrugge la cadenza abituale con la quale la quotidianità viene
vissuta. Il tempo del dolore come quello dell'amore ha dei confini propri che
corrispondono a quelli dell'anima e non a quelli del collettivo. L'ora analitica
dovrebbe essere il luogo in cui è possibile aprirsi gradualmente a questa
nuova scansione temporale, senza danneggiare la relazione con la realtà.
Non bisogna tuttavia tacere che l'invenzione di certe regole analitiche sia
nata e si strutturi proprio in base alle esigenze dell'analista.
Quante volte, sia come pazienti che come analisti, abbiamo constatato l'assurdità di
certe delimitazioni temporali, quante volte ci siamo accorti della crudeltà di
interrompere il contatto con l'altro proprio nel momento in cui la sua anima
aveva particolarmente bisogno di quello spazio. Forse quelle stesse volte anche
noi siamo stati vittima di una concezione collettiva ed esterna del tempo,
incapaci di modularla a secondo delle necessità che quel particolare
incontro con l'altro richiedeva.
La soggettività della percezione temporale è un'esperienza comune.
Basterebbe pensare ad un rapporto d'amore oppure ad un esame per capire come
essa si dilati o si restringa a seconda degli eventi esterni. Così,
tutte le sedute hanno tempi fissati, ma si dilatano e restringono a seconda
dei contenuti emersi, a seconda dei silenzi e delle parole, a seconda dello
stato d'animo. È possibile nel corso di pochi minuti rivivere degli
avvenimenti durati parecchi anni. E ciò vale non soltanto per il paziente
ma anche per il terapeuta che si accorge spesso di come una seduta appaia più lunga
o più corta in relazione ai contenuti che il paziente ha portato. Benché la
percezione oggettiva del tempo rimanga inalterata, e si sia perfettamente consapevoli
dell'esatto trascorrere delle ore o dei giorni, il ritmo con cui il tempo scorre
viene dunque diversamente colto a seconda dei vissuti che ad esso si accompagnano.
Il tempo appare come una dimensione delicata che può essere gravemente
compromessa dal disagio psichico. Alcuni studi su soggetti schizofrenici dimostrano
come essi tendono in alcuni casi a supervalutare un intervallo temporale ed
in altri a sottovalutarlo. Un altro caso che merita attenzione è quello
della depressione. La persona depressa, pur mantenendo inalterato il senso
oggettivo del tempo, mostra un certo cambiamento nella sua percezione soggettiva. È come
se il tempo interiore fosse spaventosamente rallentato, un rallentamento che
può giungere alla quasi immobilità. Si comprende allora come
un tale vissuto porti alla perdita della dimensione del futuro (1).
Quella progettualità, quella fiducia e speranza nell'avvenire che sono
assenti nel depresso a livello temporale si manifestano nella scomparsa del
futuro.
Naturalmente il tempo sul quale opera la dimensione analitica è quello
soggettivo, delimitandolo però con dei ritmi oggettivi. Il paziente
viene ricondotto a relazionarsi in modo nuovo sia con la dimensione dei ricordi,
il passato, sia con quella delle speranze, dei progetti, il futuro. Rivivere
il passato ed anticipare il futuro consentono alla persona sofferente di restringere
o dilatare il tempo a proprio piacimento, secondo le modalità proprie
dell'inconscio. Un esempio eclatante può essere rappresentato dal caso
clinico di Anna O. Al momento di separarsi da Breuer, la ragazza mimò prima
la scena di un accoppiamento con il medico, poi quella del parto del figlio
immaginario, frutto di tale unione. In una sola giornata, quindi, Anna aveva
simbolicamente condensato il vissuto di nove mesi, mostrando come a livello
inconscio un istante può durare un tempo lunghissimo. Allo stesso modo
uno sviluppo psicologico, che richiederebbe altrimenti lunghi anni di maturazione,
può in alcuni casi essere concentrato in una sola seduta (2) dall'insight
che certe parole e certi atteggiamenti dell'analista o dello stesso paziente
fanno scattare.
Freud rifletté lungamente sul problema del tempo, sia elaborando il
concetto di condensazione onirica (3), sia definendo più tardi l'inconscio “atemporale” (4).
Nel 1932 egli riprese ancora l'argomento scrivendo: “Nulla si trova nell'Es
che corrisponde all'idea di tempo, nessun riconoscimento di uno scorrere temporale
e ... nessuna alterazione del processo psichico ad opera dello scorrere del
tempo” (5).
L'inconscio, in quanto dimensione psichica primitiva, non sarebbe in grado
di avere una nozione del tempo che come lo spazio è una categoria del
pensiero (6).
Nel modello freudiano l'Es assume i tratti di una circolarità dove inizio
e fine coincidono. Ma se l'inconscio è il regno della circolarità,
la coscienza — almeno quella occidentale — è portatrice
di un senso lineare del tempo. In questo modo ciascun di noi è confrontato
con entrambe le dimensioni, come è possibile vedere nel processo terapeutico. È facile,
ad esempio, identificare le tendenze regressive della persona che soffre con
un tempo circolare, e quelle progressive con uno lineare. In realtà è il
modo con il quale ci si rapporta al tempo e lo si vive, non la sua circolarità o
linearità in se stessa a costituire un fattore di disagio.
Dobbiamo aprire a questo punto una piccola parentesi. Se volgiamo indietro
lo sguardo vedremo che questi due modelli di concezione del tempo fanno da
sempre parte dell'immaginario collettivo. Il tempo costituisce infatti una
delle maggiori esperienze archetipiche degli esseri umani, così da sottrarsi
ad una spiegazione esclusivamente razionale. In molte culture esso era considerato
una divinità. Nei misteri dedicati a Mitra il dio Aion, guardiano dei
cancelli, è raffigurato con una chiave ed uno scettro. Egli ha la testa
di un leone che simboleggia la natura ardente dell'estate, mentre il serpente
che avvolge la parte inferiore del suo corpo rappresenta l'aspetto umido dell'inverno.
Aion è l'anima del mondo, uno spirito che domina su tutte le cose riunendo
all'interno di sé la luce e l'ombra. La chiave che reca in mano gli
consente di spalancare all'iniziato un'altra dimensione (7). Indicando originariamente
l'essenza vitale di ciascun individuo, Aion ne segnava la durata della vita
(8).
Altre due divinità erano legate nel mondo greco al tempo: Cronos che
divorando i suoi figli esprimeva l'idea dell'invecchiamento, della distruzione
operata dal trascorrere dei giorni, e Oceano. Questo fiume divino, origine
di tutte le cose, secondo la teogonia omerica, con la sua forma ad anello circondava
sia la terra che l'universo, rimanendo in tal modo al simbolo egizio dell'ouroboros,
il serpente che si mangia la coda. Se nel mondo greco come in altre culture
queste due idee del tempo coesistevano, la tradizione giudaico-cristiana ha
adottato invece una visione rigidamente lineare. Ma la concezione circolare,
rimossa dalla coscienza collettiva, ha nutrito sia il pensiero alchemico, sia
le moderne teorie astrofisiche dove accanto al modello di un universo che si
muove verso la sua distruzione, quella di un cosmo in cui espansione e contrazione
sono movimenti ciclici.
Nel momento in cui un individuo entra in analisi, compito del terapeuta è quello
di trasformare il senso del tempo di cui è portatore, permettendogli
di raggiungere una nuova percezione temporale, che non può essere definita
né circolare né lineare, ma forse “secondaria”, secondo
la dizione di Flournoy (9).
La terapia è l'instaurazione di un tempo proprio, un tempo che contiene
al suo interno, in maniera fluida, caratteristiche di entrambi i modelli, cosicché il
paziente non sia limitato e costretto da nessuna delle due visioni. Vivere
in una dimensione di circolarità temporale significa essere inseriti
in un universo indistinto che ricorda l'assenza di confini del mondo uterino.
L'idea del ciclo che si ripete immutato è tipica infatti delle culture
matriarcali. Il susseguirsi delle stagioni rimanda ai ritmi del corpo femminile.
Nascita e morte divengono accadimenti che si inseriscono in un orizzonte immutabile
dove l'individuo è solo una trascurabile particella dell'universo che
lo comprende.
Nella cultura occidentale che ha perso il senso del fluire del ritmo, e che
immagina il tempo come una freccia unidirezionale — il tempo lineare
dell'eroe che ha ucciso la madre — la circolarità si lega ad un
angoscioso senso di fissità. Così il tempo della malattia, con
la sua coazione a ripetere un passato lontano, è la cristallizzazione
dell'evento, bloccato nel suo scorrere. Passato e futuro sono aboliti per far
posto ad un presente senza fine. L'elaborazione del materiale psichico, mettendo
a contatto coscienza ed inconscio, consente di inserire nella circolarità la
progressione, cosicché il soggetto possa acquisire una diversa percezione
sia nel passato che nel futuro. Rompendo la fissità della coazione,
l'interpretazione inserisce nuovamente il paziente in una modalità dinamica
di esistenza. Ma per raggiungere un tal fine essa utilizza un altro tipo di
dimensione circolare: il transfert. È all'interno di tale vissuto che
il passato si ricollega al presente in un gioco di rimandi reciproci. Forse
per la psicoterapia può valere un pricipio omeopatico: spezzare il tempo
circolare per mezzo di un altro tempo circolare, quello della traslazione,
secondo l'antico detto similia similibus curantur. Il tempo circolare indotto
dall'analista, attraverso l'attivazione del transfert, diviene curativo rispetto
al tempo coattivo del paziente. Come scrive Romano Màdera, “la
cura allora ha innanzitutto, nella dimensione temporale, la direzione rivolta
alla liberazione del flusso temporale, al ritorno al tempo pietrificato della
rimozione per sbloccarne lo sviluppo arrestato” (10).
L'intervento analitico diventerebbe un intervallo, una parentesi ritmica, tra
due dimensioni temporali. L'analisi sottrae il paziente sia alla circolarità priva
di divenire della totale immersione nell'inconscio, sia alla rigidità di
una cronologia collettiva che non si accorda con i ritmi interiori.
Oltre alle patologie che si legano ad una temporalità circolare è possibile
rintracciare altre forme di disturbo caratterizzate dall'identificazione con
la temporalità lineare del collettivo. Potremmo definirlo il tempo della
Persona, di quella maschera che priva il soggetto dei suoi tratti individuali
per farlo aderire a quelli del gruppo, dell'ambiente in cui vive. Mentre il
tempo circolare appare regolato da una ritmicità inconscia, la dimensione
lineare collettiva è ossessivamente scandita. In tal caso all'individuo
non resta alcuno spazio personale da gestire secondo i propri ritmi, ma il
comportamento, la messa in atto di qualsiasi azione è determinata dall'esterno,
da un orologio che non può in alcun modo regolare.
Il tempo del setting è invece un tempo a sé stante con regole
proprie e proprie modalità. Il suo scopo è reinserire il presente
tra il passato del bagaglio mnemonico e il futuro della progettualità inconscia,
in un processo dinamicamente attivo. La trasformazione avviene unicamente all'interno
del rapporto. Per capire come ciò possa accadere bisogna risalire alla
formazione del concetto di tempo.
Le teorie psicoanalitiche considerano il tempo oggettivo come una derivazione
del tempo soggettivo. Il neonato conosce e vive solo in quest'ultima dimensione.
La capacità di imparare a distinguere il fluire del tempo si forma all'interno
della relazione del bambino con la madre, al punto che alcuni studiosi hanno
parlato della “Madre-Tempo” (11).
La prima esperienza del tempo — come ritiene anche Piaget (12) — è infatti
scandita dai ritmi di gratificazione-frustrazione. Il tempo sarebbe inizialmente
l'intervallo dinamico tra fame e sazietà. Successivamente anche i ritmi
di evacuazione, confrontando il bambino con le esigenze della madre e dell'ambiente,
divengono un nodo cruciale nella sua acquisizione di un senso oggettivo del
tempo. Poiché legata ad entrambe le situazioni, la madre diviene il
primo essere che insegna al piccolo essere umano la nozione del tempo (13).
Margareth Mahler ritiene che l'apprendimento del senso del tempo si basi
sulla presenza o sull'assenza della madre. Secondo tale ipotesi il presente è il
tempo in cui “la madre è qui” cioè si trova insieme
al bambino, la rappresentazione della sua assenza costituisce l'immagine del
passato, mentre il futuro è il momento in cui ella ritornerà (14).
Questa tesi trova un certo riscontro se la si compara con le mitologie di molti
popoli presso i quali la Grande Madre è la Signora del tempo (15).
Poiché il modello del rapporto analitico si fonda su quello primario,
durante la terapia assistiamo ad un ritorno al tempo della madre. Assenza e
presenza, frustrazione e gratificazione sono innanzitutto delle profonde esperienze
interiori. La percezione temporale è dunque in origine la percezione
di un'emozione. L'analista deve ritornare a questi vissuti per sbloccare il
fluire del tempo, per ridargli un nuovo orizzonte. L'intollerabilità del
disagio scaturisce da un “male oscuro”, per usare la definizione
di Berto, da un opera lenta ed invisibile di corrosione interiore che rimanda
al tempo circolare delle emozioni, al tempo circolare della madre.
Da un punto di vista psicologico potremmo in un certo qual senso intendere
la contrapposizione tra tempo circolare e tempo lineare come l'espressione
di due diverse personalità, la prima inconscia, fatta di emozioni, desideri,
paure, ansie ed odi, il cui imprinting si è avuto durante il rapporto
primario, e la seconda cosciente, portatrice invece dell'immagine più esteriore
dell'individuo, legata alla dimensione del sociale. L'acquisizione di un tempo
oggettivo, di un ritmo esterno è anche il riconoscimento di una legge
che sovrasta e regola la realtà individuale. All'interno di questa
dimensione la sofferenza con l'individualità dei suoi vissuti non
può trovare spazio.
Vivere con queste due differenti percezioni può portare in alcuni casi
ad una situazione di conflitto. È come se la persona si trovasse divisa
tra la soggettività delle sue sensazioni che, come la loro ritmicità,
regolano in maniera personale il tempo, e l'oggettività che scandisce
a livello collettivo la vita, il tempo degli impegni, dei “si deve”.
Quando, ad esempio, un rapporto affettivo è travagliato da liti ed incomprensioni,
quando mille emozioni — dal desiderio alla gelosia fino all'odio — si
mescolano in un turbinio di stati d'animo, è difficile mantenere il
proprio autocontrollo, relegando il dolore in un luogo dell'anima, e continuare
a vivere e lavorare come se nulla fosse accaduto. Se tuttavia lo sforzo riesce
l'individuo si trova scisso in due persone differenti: mentre una, quella esterna,
assume la durezza e l'impassibilità che il mondo richiede, l'altra invece
va a pezzi perché vorrebbe gridare, umiliarsi, piangere ed esprimere
la propria paura.
Il compito dell'analista non è quello di abolire una dimensione a vantaggio
dell'altra, ma di armonizzarle, in una sintesi che consenta al paziente di
vivere con gli altri senza rinunciare o tradire il suo mondo interiore. Perché ciò accada è necessario
che anche il terapeuta abbia attraversato questo conflitto, che anche lui abbia
conosciuto il desiderio e la difficoltà di esprimere i lati più segreti
dell'essere. Solo in questo modo egli potrà poi trovare parole adatte
al paziente, parole che raggiungano la sua anima.
La circolarità delle dinamiche di transfert, che rimandano i vissuti
del paziente a quelli dell'analista e viceversa, fa sì che non si possa
parlare di un vissuto del paziente senza toccare quello dell'analista. La trasformazione
dell'altro deve passare innanzitutto da quella di chi vuole curare. Aprire
all'analizzando una nuova dimensione di esistenza, nella quale anche il senso
del tempo è diverso, richiede che l'analista sia veramente portatore
di un'alternativa di vita.
Conoscere e sperimentare sia il tempo circolare dell'emozione che quello lineare
del collettivo deve essersi tradotto in una scelta che ascolti le esigenze
dell'anima, una scelta che porti in sé mutamento e ricchezza invece
che morte e sterilità, e nella quale l'emozione che regola il fluire
soggettivo impregni e strutturi anche la linearità in cui è immerso
il comportamento manifesto. Decidere di affrontare la tempesta anziché fuggire
rimuovendo il problema non è facile.
Avere il coraggio di affrontare fino in fondo la situazione, immergersi in
essa, accettando il rischio di essere sommerso dai sentimenti, se comporta
non poca sofferenza, consente però di ampliare lo spazio vitale della
propria anima.
L'argomento è stato trattato anche sulla Rivista di Psicologia Analitica,
40/89, Astrolabio.
NOTE
(1) M. Edlund, Psychological Time and Mental Illness, New York, Gardner,
1987, pp. 87-88
(2) O. Flournoy, Le temps d'une psychoanalyse, Paris, Pierre Belfond,
1979, p. 39
(3) S. Freud, L'interpretazione dei sogni (1899), Opere 1899. Torino,
Boringhieri, 1966.
(4) S. Freud, “Psicopatologia della vita quotidiana” (1901), in <M>Opere
1900-1905, Torino, Boringhieri, 1970.
(5) S. Freud, “Introduzione alla psicoanalisi” (1932), in Opere
1930-1938, Torino, Boringhieri, p. 185.
(6) M. Bonaparte, “Time and unconscious”, International Journal
of Psychoanalysis, 21, 1940, pp. 427-468.
(7) M. L. Von Franz, I volti del tempo, Como, Red, 1989, p. 31.
(8) Ibidem, p. 8
(9) O. Flournoy, Le temps d'une psychoanalyse, op. cit.
(10) R. Madera, “Il tempo rinnovato. Sul mitologema dell'ora analitica
e sulla figura della Gradiva”, in Il tempo del transfert, Milano,
Guerini, 1989, p. 83.
(11) C. Colarusso, “The development of time sense from birth to object
constancy”, International Journal of Psychoanalys, 60, 1979, pp. 243-251.
(12) J. Piaget, “Time perception in children”, in J. T. Frase (a
cura di), The voices of Time, New York, Braziller, 1966, p. 202-216.
(13) M. Edlund, Psychological Time and Mental IIIness, op. cit., p. 106
(14) M. S. Mahler, “Symbiosis and individuation: The psychological birth
of the human infant”, Psichoanalitic Study of the Child, 29, 1975, pp.
89-106.
(15) E. Neumann, La Grande madre, Roma Astrolabio,1981, p. 227.